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LETTURE/ Combattere la corruzione? Non tocca ai pm...

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Gherardo Colombo, pm simbolo di Mani Pulite (LaPresse)  Gherardo Colombo, pm simbolo di Mani Pulite (LaPresse)

Che le gare d'appalto — a prescindere dalle norme già discusse di un codice da troppo poco tempo in vigore per essere ben misurabile nei suoi effetti — siano sempre più digitali, nella misura in cui la digitalizzazione dei processi prosciuga il brodo di discrezionalità in cui sguazzano corrotti e corruttori, fatto di termini perentori di consegna dei documenti che vengono sistematicamente fatti violare dai concorrenti che devono perdere o clausole in corpo 6 non visibili da chi non sia informato preventivamente eccetera.

Sapelli rileva però con grande acume i cambiamenti strutturali intervenuti in questi vent'anni a carico degli "attori" di questo mercato corruttivo: le grandi imprese italiane "non ci sono più", dice lui: in realtà sono diminuite. E i grandi partiti non ci sono più. "Lo Stato si è devertebrato. Per alcuni anni abbiamo pensato che l'unica vertebrazione rimasta — esclusa quella che appare classicamente in questi casi, ossia l'esercito — fosse l'ordine giudiziario trasformatosi in potere situazionale di fatto che colmava i vuoti lasciati da quelli scomparsi. Breve illusione, poiché anche lì la devertebrazione ha preso corpo con la lotta fratricida tra procure e nelle stesse procure. Ma la fisiologica corruzione universale ha continuato a operare". 

Vent'anni dopo la corruzione quindi fa i conti con tanti, ma più piccoli, centri di potere, deve moltiplicare i suoi scambi riducendone il valore unitario, paradossalmente coinvolge più personale, e quindi si presta a più facili "falle" e fughe di notizie: "Tutto naturalmente diviene caotico, disordinato, convulso, facilmente visibile. Devono essere in molti i concussori e i corruttori perché sono piccoli poteri (...) tanti piccoli attori che possono l'un con l'altro condizionarsi, tradirsi, aver comportamenti sospetti, come fa il ladro che fa un colpo e che poi si mette a spendere troppo e attira l'attenzione", scrive Sapelli. 

Che invoca poi due prese di coscienza forti, a suo dire necessarie per procedere nei tentativi civili di ridimensionare e circoscrivere la piaga. Indagare sulle banche, come peraltro sta accadendo per i tanti scandali della finanza nordamericana; e non continuare a credere — pur lasciandola agire, beninteso! — che possa essere la magistratura "a combattere la corruzione. Essa non la combatte ma la reprime quando si è già verificata. Per questo ho pena di un sant'uomo come il dottor Cantone (...) rischia di divenire un capro espiatorio. Lì ci vorrebbe un buon sociologo, un buon conoscitore della pubblica amministrazione, ma naturalmente non un giurista. Ci vorrebbe un vecchio saggio che è già stato, e che non deve più essere, eletto o cooptato". 

 

Giulio Sapelli, "Cleptocrazia", Guerini e Associati, Milano 2016, 176 pp.



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