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LETTURE/ Salgari, il "suicidio" del positivismo

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LaTorre Eiffel a Parigi, un simbolo del positivismo (LaPresse)  LaTorre Eiffel a Parigi, un simbolo del positivismo (LaPresse)

Intenerisce, poi, che Salgari fosse nella pratica quasi del tutto all'oscuro dei posti e degli spazi che descriveva, con pochi tratti vividi che esaltavano il lato più fresco della nascente narrativa economica di massa. Lavorava in biblioteca, studiava e ancor più spesso intuiva dettagli, li riportava, li adattava alla storia ma senza far loro perdere quella traccia di credibilità che sta alla base di ogni autentico patto narrativo tra scrittore e lettore. 

Affligge infine la famiglia Salgari la condanna al suicidio di molti suoi membri maschi — ivi compreso il padre dello scrittore e due figli. Suicidi spesso frutto di disperazione e di paure ancor più disperanti: la malattia, la miseria, forse persino l'anonimato e la difficoltà a guardare i propri punti deboli, le proprie sconfitte e i propri dilemmi interiori. L'altrove cercato e vagheggiato nel mondo lontano era eguale e contrario all'altrove che non si voleva riconoscere in se stessi. Mentre Salgari si suicida, nel 1911, vediamo i falsi miti di un'intera generazione impiccarsi senza ira né strepito. Le illusioni della civilizzazione unilaterale, scientifica e positivistica, progressiva, si spezzeranno tre volte in tre decenni: la Grande Guerra, la crisi economica e politica degli anni Venti e Trenta, l'abominio dell'Olocausto. Nessun eroe olivastro salì sulla nave a salvare il mondo. 



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