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LETTURE/ Salgari, il "suicidio" del positivismo

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LaTorre Eiffel a Parigi, un simbolo del positivismo (LaPresse)  LaTorre Eiffel a Parigi, un simbolo del positivismo (LaPresse)

Difficile collocare Emilio Salgari dal punto di vista socio-culturale. Nella memoria collettiva, è il creatore di Sandokan e di romanzi che hanno segnato l'immaginario giovanile ben prima che quegli stessi romanzi divenissero la base per sceneggiati di ogni fattura. Nella critica letteraria, a parte la prolificità quasi sconfinata e l'avere tentato l'innesto nella narrativa italiana di motivi del romanzo d'avventura e, persino, di fantascienza, si tende a salvare poco o, peggio, ad obliare tutto. Nella dimensione biografica e storiografica, Salgari è il paladino dello sdegno: il suicida che muore destinando una silente maledizione ai numerosi editori che si sono avvalsi del suo talento per aprirsi mercato, non dando allo scrittore — spesso pesantemente indebitato — adeguati compensi. 

A poco servì il tributo prettamente onorifico della Casa Reale nel 1897 o la notorietà tale da alimentare, per almeno tre decenni, una generazioni di apocrifi salgariani che, con ambientazioni e personaggi simili, ma esiti stilistici meno convincenti, proseguirono il filo conduttore tipico della narrativa dello scrittore veronese. 

Quello che colpisce, però, è che tutta la produzione salgariana sembra permeata da tematiche tipicamente proprie di una fase cruciale del XIX secolo: quella in cui il positivismo fino ad allora imperante e trionfalistico comincia a mietere le prime vittime. Vittime di tutte le forme e di tutti i colori: sono gli sconfitti degli imperi coloniali, semischiavizzati da potentati onnivori di materie prime; sono gli animatori culturali e del circuito delle riviste, un mondo che già svela le proprie miserie umane e materiali; sono quelli in nome dei quali si decide di passare dalla parte sbagliata della Storia. 

In ogni ciclo di romanzi salgariani, l'amicizia gioca un ruolo fondamentale. E' forse amicizia declinata in modo rude, quasi cameratesco, avventuroso; non è la fraternità comunarda dell'utopia socialista e libertaria, anzi è un'amicizia che spesso riconosce valori e codici militari, tradizionali, marcatamente pregiuridici. Empatia e combattimento, acume e affetto, questo unisce, per fare l'esempio più celebre, Yanez e Sandokan. 

Accanto all'amicizia, c'è ancora la forza dell'amore romantico, spogliato però dall'afflato fideistico di inizio secolo. E' un sentimento prevalentemente individuale, isolato dalla metafisica e dalla teologia, ma che si nutre di una sua vocazione all'eternità: resiste ai rapimenti, alle gelosie e agli avversari. 

C'è, finanche inconsapevolmente, nel Salgari dei romanzi d'avventura, il più celebre, pure spazio per un'infatuazione tipicamente tardo-ottocentesca per l'esotismo. Questo esotismo non si basa sul sovvertimento delle categorie tradizionali, ma sul tentativo di dare agli indigeni di ogni Borneo il proprio spazio d'azione e, conseguentemente, la propria voce nel mare tortuoso delle avventure tra briganti e pirati. Un teatro, però, concesso sempre nel cono dell'osservatore occidentale, così come faceva in quegli stessi anni la pittura di tematica coloniale.  



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