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LETTURE/ Benedetto XVI, l'intelligenza della fede alla prova del dogma

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Joseph Ratzinger nel 2000 (LaPresse)  Joseph Ratzinger nel 2000 (LaPresse)

Anche libero di sollevare obiezioni alla verità del primo giudizio del suo vescovo, che voleva impedire che il giovane Joseph Ratzinger andasse ad insegnare all'Università di Bonn. Le obiezioni non nascevano da un prurito di libertà, ma da quella vera libertà che nasce dall'obbedienza alla propria missione ecclesiale e che forse il suo vescovo non comprese subito. 

Un uomo che ama la libertà anche al cospetto di temi che gli urgono in modo particolare, come la liturgia. Con decisione dice a Peter Seewald che i problemi certamente molto grandi del degrado della liturgia oggi nella Chiesa non possono essere risolti con atto di autorità, neppure del pontefice, ma con un lavoro di convinzione (per esempio scrivendo un libro). Un uomo che, anche come papa, preferisce scrivere la trilogia di Gesù piuttosto che aumentare il numero delle proprie encicliche. 

Ma per arrivare infine al fraintendimento più grave: si è pensato, anche forse per un'immagine di lui che Hans Küng ha venduto ai mass media, che il prefetto della fede, Joseph Ratzinger, abbia operato una svolta (come Hans Urs von Balthasar) dal programma di "abbattere i bastioni" ad una condanna di tutte le tendenze moderniste che si sono innestate nella ricezione del Concilio Vaticano II. 

In realtà sia per il teologo svizzero che per quello bavarese vale che non hanno mai inteso l'abbattere i bastioni come un abbattere la Chiesa, ma come una necessità del suo essere "semper reformanda". Se nel mondo teologico cattolico del ventesimo secolo si ha ancora un senso vivo del dogma della "extra ecclesiam nulla salus", lo dobbiamo ad uomini liberi come De Lubac, von Balthasar e Ratzinger. Anche la recente affermazione di Benedetto XVI nella famosa intervista con Jacques Servais, che in riferimento alla salvezza degli uomini che non hanno ricevuto il battesimo c'è stata una "evoluzione del dogma", non è da intendere nel senso di una "distruzione" o di un "superamento" del dogma. Come ha spiegato Servais in una recente intervista, la traduzione "Entwicklung" con "evoluzione" non è ottimale. In tedesco c'è per questa la parola "Evolution", che però Benedetto XVI non ha usato. Nella parola "Entwicklung" c'è una dinamica che è la stessa della "semper reformanda". 

Si tratta di uno sguardo a Cristo, che certamente ha anche una dimensione di "dottrina", ma che è e rimane lo sguardo a "Colui che è il sempre più grande". Quel Colui che può essere seguito solo con un'obbedienza libera allo Spirito Santo, cui obbedisce anche papa Francesco, come ha sostenuto con grande decisione anche il cardinal Marc Ouellet in un recente libro uscito in francese, in cui risponde alle tante obiezioni che vengono fatte al papa attuale. Benedetto XVI a sua volta nelle sue ultime conversazioni chiude la discussione sensata sul tema con un chiaro "der Papst ist der Papst, ganz gleich wer es ist" (il Papa è il papa in modo del tutto indifferente da chi lo sia). 



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