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LETTURE/ Il viaggio di Ulisse, impossibile senza la Grazia

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Gruppo di Scilla (Sperlonga, II sec.)  Gruppo di Scilla (Sperlonga, II sec.)

Inferno XXVI è allora la metafora di un dramma della filosofia? Senso letterale, l'avventura di Ulisse e dei suoi compagni, senso allegorico il percorso di ideologi arditi, troppo arditi, su cui scende infine il turbine della dovuta sanzione…  Leggere tra le righe è inevitabile, specie se in gioco è un poeta perfettamente a suo agio fra i meccanismi dell'allegoria. 

Eppure, è principio fondamentale di ogni corretta allegoresi partire dalla superficie del testo, dalla sua aperta evidenza, come Dante stesso, nel Convivio, ribadisce. Non possiamo dimenticare troppo presto che quello di Ulisse è un viaggio per mare.

Il basso medioevo vede l'incrementarsi dei viaggi; per motivi religiosi (le Crociate, le ambascerie della Santa Sede presso i Tartari), per ragioni mercantili (il commercio sempre più attivo con l'Oriente), per una spinta insofferente di perimetri angusti. L'Italia è all'avanguardia di questo processo, con le sue repubbliche marinare, con i suoi esploratori pronti a lunghi soggiorni in contrade esotiche, come il veneziano Marco Polo che, tornato nella penisola, affida alle pagine del Milione (1298) i fotogrammi dei suoi ventisei anni presso il Kubilai Khan. Da parte sua, Dante non nomina mai Marco Polo. Doveva essere al corrente, però, di un'altra impresa, quella tentata, nel 1291, da due fratelli genovesi, Ugolino e Vadino Vivaldi. 

Il progressivo crollo delle piazzeforti cristiane in Palestina, culminato con l'assedio e la caduta di San Giovanni d'Acri, nella primavera del 1291, aveva reso problematici gli scambi commerciali con il Levante. Si era posto insomma fin da allora l'imperativo di nuove vie di comunicazione, magari meno dirette: buscar el levante por el ponientecominciava ad apparire una prospettiva vantaggiosa, la soluzione obbligata per uno scosceso ostacolo. Così i fratelli Vivaldi, grazie alla sovvenzione dell'armatore Tedisio Doria, armano due galee, assoldano i rispettivi equipaggi, non senza includere due frati minori (e non per caso, l'Ordine francescano era dalle sue origini e per natura itinerante) e, compiuti i preparativi, salpano da Genova dirigendosi verso lo stretto di Gibilterra. Obiettivo della spedizione: circumnavigare l'Africa, in modo da raggiungere le Indie via mare. Il tratto mediterraneo della navigazione non procura difficoltà; le colonne d'Ercole vengono superate; e le due galee svoltano felicemente verso sud, prendendo ad assecondare la costa africana. A Genova giunge notizia del loro passaggio presso la regione del Marocco meridionale, tra Agadir e il capo Non. L'ultima notizia. Non c'è, in seguito, nessun altro segnale: le due imbarcazioni escono, per così dire, dai radar, senza far pervenire un allarme, un appello, un concitato esseoesse, un messaggio in una bottiglia. Che sia accaduta una disgrazia è certo; dove e in quali circostanze non è dato sapere.  



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