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LETTURE/ Il viaggio di Ulisse, impossibile senza la Grazia

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Gruppo di Scilla (Sperlonga, II sec.)  Gruppo di Scilla (Sperlonga, II sec.)

Studiosi autorevoli come Bruno Nardi e Ignazio Baldelli hanno indicato in questa tragedia del mare la premessa decisiva di Inferno XXVI. È suggerimento da valorizzare: la spedizione dei Vivaldi e il suo fallimento dovevano aver suscitato un'impressione enorme, specie in quell'arco tirrenico che comprendeva, con la Liguria, la contigua Toscana, sede di una repubblica marinara come Pisa, in acre concorrenza con Genova, ma proprio per questo sensibilissima alle vicissitudini della vicina rivale. 

Ovviamente, i problemi di interpretazione, in un primo momento, si accrescono. Perché Dante non ha cooptato direttamente i fratelli Vivaldi e si è rivolto al mito? La direzione usuale della poesia dantesca punta al contemporaneo, colto in presa diretta, e proprio i canti di Malebolge sono rigurgitanti di cronaca, di personaggi maggiori e minori del XIII secolo. E ancora: come conciliare l'eventuale antefatto mercantile con il linguaggio aristotelico messo in bocca a Ulisse, con quel suo "fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza" che sembra uscire dalle pagine di Aristotele o quanto meno di un aristotelico del Duecento, come lo era in definitiva lo stesso Dante, che nel Convivio aveva usato espressioni simili? 

Non è vietato pensare che Dante, registrando una tendenza della propria epoca, lo slancio di quei viaggi che dilatavano confini rigidi, sino a incrinare una visione dello spazio come grandezza nota e delimitata, abbia tentato di cogliere tutto lo spessore di un infaticabile dinamismo. Certo, il viaggio orizzontale di Ulisse viene proposto in netta opposizione a quello del protagonista della Commedia, il quale si muove, da parte sua, costantemente sulla verticale, puntando dapprima verso l'abisso dell'umiltà e quindi verso le altezze della trascendenza. Eppure la riva a cui Ulisse sta per approdare è quella dell'isola del Purgatorio: una tappa fondamentale dell'itinerario dantesco. Si aggiunga che il tragitto di Ulisse è lo stesso delle anime destinate al secondo regno, che muovono dal Tevere sul vasello snelletto dell'angelo nocchiero. Un vivo come Dante può accostare l'escatologia solo sprofondando nella mortificazione; le anime dirette alla montagna purgatoriale ricalcano la scia di Ulisse, con ben altro esito, sicuramente, ma la rotta è quella.

Se è così, il viaggio per mare verso ovest acquista un'implicazione cospicua, e già nella sua facies letterale, che non è la mera scorza di un significato riposto di altro genere, ma possiede una sua consistenza. Dante recepisce la mobilità degli esploratori come manifestazione di un desiderio di infinito, di una tensione verso l'assoluto: il congedo dall'assetto stanziale (la tranquillità presso Circe o presso Penelope) e lo scavalcamento di ogni frontiera acquisita (con dissolvenza del non plus ultra nell'opposto imperativo "più in là") nascono a suo avviso da una spinta del genere, giocando una posta altissima. Per avvalorare questo giudizio, per rendere evidente il nocciolo della questione, il poeta defalca la motivazione utilitaria dei viaggi e la sostituisce con le formulazioni di Aristotele sulla vibrazione conoscitiva presente in tutti gli uomini.  



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