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LETTURE/ Kent Haruf, l'unica parola vera sulla vita è una benedizione

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E così arrivo al terzo libro e capita che in un solo giorno, in una sola domenica, quella Benedizione scenda giù assieme all'inverno che comincia qui intorno a Milano e che comincia su Holt e che arriva a segnare la fine di Dad Lewis, un uomo rispettato da tutti in paese, circondato da amici e dalla moglie e dalla figlia e da una serie di personaggi che hanno incrociato la loro vita con la sua. E' un commiato, quello di Benedizione, il commiato dentro cui conosciamo il rimpianto, la vergogna e l'amore. E sempre la dignità della vita, di ogni sua forma, di ogni suo passaggio: in questo libro lo sguardo di Haruf (che morirà effettivamente un anno dopo la pubblicazione di Benedizione), cioè la sua voce per noi, è quasi lo stesso sguardo di chi, come Dad Lewis, si affaccia la sera sulla veranda di casa sua e osserva il mondo uguale da cui tra poco se ne andrà: nella sua memoria i gesti, le persone, le grandi azioni e gli errori ricompaiono tutti come dentro un'unica grande lacrima. Ma niente di sentimentale accade nei libri di Haruf e quella lacrima è la compassione virile del narratore di fronte al mondo in cui non abbiamo deciso di essere, ma che dobbiamo ringraziare di avere avuto in dono. Così come io ringrazio i miei amici poeti per avermi fatto scoprire questo mondo semplice, apparentemente insensato e invece sempre moralmente dignitoso. Anche se adesso mi sento solo e triste, senza quei vecchi McPheron, senza Ike o Bobby, Victoria o Tom, Dad Lewis e sua figlia Lorraine; con una tristezza che è però quella della vita vissuta, dentro la quale incontri uomini e donne che ti fanno essere quello che devi e che a un certo punto dovrai lasciare. Perché è così che ci si sente quando si finisce un libro vero, che un po' ti spiega chi sei, che ti dice che in fondo l'unica parola vera da dire sulla tua vita è una benedizione.



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