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LETTURE/ L'"esercito della salvezza" che ha votato Trump

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Donald Trump (LaPresse)  Donald Trump (LaPresse)

E anche questo spinge a una riflessione: i fedeli parrocchiali non sono i dirigenti di una Ong, né possono essere trattati come tali. La fede e il solidarismo, per quanto così spesso sinergici, non sono la stessa cosa. Il voto cattolico americano non è per forza quello della filantropia esemplare, degli intellettuali assurti ad alte cariche di nomina presidenziale. È un voto più quotidiano, più "naturale", più naturalmente parte della spina dorsale della società e dell'economia americana. 

Non sorprende, per altro verso, che il ceto intellettuale abbia fatto dichiarazioni liberal, senza trainare grandi voti con sé e spesso spaccandosi al proprio interno. La candidatura verde di Jill Stein in alcuni sondaggi era data intorno al 5 per cento. Espressione della società americana che ha trasformato i libri della Klein in bestseller e i concerti dei Rage Against the Machine, tre lustri addietro, in lezioni di sociologia, conflitto e insurrezione urbana. Nell'urna ha preso meno dell'1 per cento. In anni difficili, di allarmismi sociali ed economie instabili (quella americana è ancora piuttosto solida, ma subisce cicli oscillatori più incerti che nel passato), l'opinione pubblica dei buoni, dei migliori, degli edulcorati, va in sofferenza, si frantuma. Per riaggregarla serve slancio, coscienza, calore, capacità di innovazione. Doti non esattamente all'ordine del giorno nella campagna elettorale della Clinton. 

Trump è andato bene tra i congregazionalisti, i pentecostali, i riformati più rigidi e meno vicini agli omologhi europei. È nell'insediamento tradizionale del cristianesimo repubblicano che questi voti hanno la loro storia: un sentire fermamente antiabortista, talvolta antievoluzionista, ai confini del nazionalismo. Curiosamente, o meno, questo elettorato non sempre è proibizionista in campo economico; vuole anzi dosi massicce di abolizionismo fiscale e non ha idee univoche sul protezionismo. I capofila di queste istanze, negli Stati Uniti, sono stati i Tea Parties e non è scoperta di questi giorni che in quei movimenti, spontanei quanto completamente disarticolati, vi fossero in posizioni quasi "carismatiche" anche ferventi religiosi ed eredi dei valori più tradizionalistici della bandiera a stelle e strisce. 

Non hanno, però, del tutto disprezzato Trump né gli ispanici, né gli afroamericani. I primi hanno confermato le loro radicate simpatie verso il partito democratico, ma nemmeno lì i democratici sono riusciti a fare il pienone, nonostante la propaganda antimessicana di Trump avesse potuto suggerire il contrario. La comunità black, di ancor più solido ancoraggio nella sinistra dei democratici, pugnace nelle battaglie civili, coesa al proprio interno e simbolicamente attratta dalla presidenza Obama, non ha votato la Clinton all'unanimità. Che piaccia o meno, le violenze razziali degli ultimi mesi hanno avuto una forte carica antigovernativa — non solo sul piano nazionale, ma anche negli Stati federali governati dai democratici. Il fatto che le violenze razziali non abbiano occupato che poche righe, nelle cronache elettorali che giungevano dagli States, la dice lunga su come poteva essersi sentita la comunità afroamericana, rispetto a quei democratici che un tempo erano i suoi esclusivi paladini.



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