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LETTURE/ Femminicidio, da Frida Kahlo a Stieg Larsson i conti che non tornano

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Dal Film Uomini che odiano le donne, di N.A. Oplev 2009 (Foto dal web)  Dal Film Uomini che odiano le donne, di N.A. Oplev 2009 (Foto dal web)

Teorizzatrici del concetto di femminicidio come Marcela Lagarde hanno individuato nella violenza contro le donne un punto di contatto con l'odio razziale. Un odio che non è motivato da un torto realmente subito, ma che si rivolge all'altro in quanto tale, facendo paranoicamente leva sulla paura della differenza di sesso, razza, cultura, religione. Un odio che è il nome di un legame (perverso) dove l'amore è sempre solo millantato e va in scena come formazione reattiva, ovvero come dissimulazione e come maschera. Si tratta di un odio particolare, non empirico. Diverso da quello studiato da Spinoza nella sua Etica, perché non nasce come risposta a un dis-piacere o un'offesa o un danno subito da parte di un altro reale. Giacomo B. Contri lo ha chiamato "odio logico" perché nasce come odio per il posto dell'altro in quanto tale. Nella relazione manca il posto dell'altro perché paranoicamente pensato come pericoloso, ostile e per questo temuto, disprezzato e negato.

In anticipo sulla Convenzione di Istanbul il grande pubblico sì è affacciato al tema dell'odio logico per la donna con la trilogia Millennium (Marsilio, 2007), che inizia con Uomini che odiano le donne. Con ottanta milioni di copie vendute in cinquanta paesi (quattro milioni solo in Italia) il poliziesco di Stieg Larsson (1954-2004) ha rappresentato un successo mondiale al quale ha sicuramente contribuito la forza della protagonista femminile: Lisbeth Salander, l'eroina che non cede mai al ruolo di vittima, ma neppure resta prigioniera della gabbia paranoica che rappresenta l'uomo solo come offender, risuscitando nella sua esperienza la possibilità della partnership con Mikael Blomkvist, il protagonista maschile dell'avvincente thriller.

Un pensiero, quello della partnership uomo-donna, che attende di essere adeguatamente elaborato negli ambienti dell'attivismo post-femminista ancora in gran parte condizionati dal retaggio culturale che inclina al sospetto verso l'altro dell'altro sesso. Le conseguenze sono visibili anche nelle normative nazionali che attuano la Convenzione di Istanbul, come in Italia la legge 93/2013 che obbliga i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio ad avvalersi esclusivamente di personale femminile.

Insomma, a un redivivo Larsson che volesse mettere la propria competenza al servizio delle donne accolte da questi centri non resterebbe che cambiare sesso.



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