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LETTURE/ Paul Ricoeur e il dono di Babele

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Paul Ricoeur (1913-20105) (Foto dal sito www.firenze2015.it)  Paul Ricoeur (1913-20105) (Foto dal sito www.firenze2015.it)

Ma eliminare i tratti della soggettività porta a cancellare la duplice attività di lettura e scrittura, la quale si riduce a mano invisibile che trasforma meccanicamente le parole da una lingua ad un'altra. Un'idea di traduzione, questa, che la considera pura copia e non espressione creativa. Questo punto di vista ha costituito l'ideologia corrente della traduzione, ma in parte ancora lo è, e fa comprendere il poco risalto che fino a non molto tempo fa si dava al nome stesso del traduttore quando addirittura esso non scompariva del tutto. 

Negli ultimi anni invece è affiorata nella cultura la convinzione che la traduzione eserciti una funzione di gran lunga superiore a quello che superficialmente si può pensare, perché orienta verso una certa interpretazione del testo e più in generale è fondamentale nella costruzione delle identità culturali. Ma la traduzione è anche un modello di come le identità possano essere pensate senza porsi in antitesi a qualcuno, senza necessariamente cercare un nemico rispetto al quale costruire il proprio profilo. Un modello di come possiamo entrare in relazione con l'altro, di riconoscere nella diversità un valore che permette di dialogare con l'estraneo. 

Come scrive ancora Paul Ricoeur: "Tradurre significa rendere giustizia al genio straniero, significa stabilire la giusta distanza fra un insieme linguistico e un altro. La tua lingua è tanto importante quanto la mia. È questa la formula dell'equità-eguaglianza. La formula del riconoscimento della diversità" ("Il paradigma della traduzione" cit.).

Il traduttore è divenuto una sorta di figura emblematica della nostra contemporaneità multiculturale e multilinguistica proprio per questa capacità di rappresentare il modello per ogni rapporto. Chi traduce cerca ciò che può essere anche molto lontano sforzandosi di accoglierlo nella propria lingua, cioè in ciò che più lo identifica come essere appartenente a una cultura. Chi traduce deve cogliere la diversità ma al tempo stesso deve essere in grado di accoglierla. Compito difficile che la contemporaneità ci richiede insistentemente. La traduzione è diventata importante dunque perché ci ricorda la nostra fragilità esistenziale e la fragilità dei mezzi con cui costruiamo le nostre identità individuali e collettive. Ci fa fare i conti con le insicurezze che ci impediscono di andare incontro al dialogo e che ci fanno cercare fuori di noi le ragioni della nostra consistenza. Ci chiamiamo italiani, tedeschi o francesi, perché ci aggrappiamo all'interno del nostro gruppo ad alcune convenzioni culturali fra le quali spiccano la lingua o le lingue che abbiamo appreso da bambini. La lingua costituisce e allo stesso tempo rappresenta il mondo di valori che sentiamo come la nostra casa. La lingua è quindi lo strumento identitario forse più potente, ci consente di sapere chi siamo, ma talvolta può tracciare un confine e un muro fra noi e gli altri che parlano, si comportano e pensano diversamente da noi. La lingua è ciò che siamo ma può diventare un modo per rifiutare chi non vogliamo, chi non sappiamo accogliere. 



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