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LETTURE/ Paul Ricoeur e il dono di Babele

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Paul Ricoeur (1913-20105) (Foto dal sito www.firenze2015.it)  Paul Ricoeur (1913-20105) (Foto dal sito www.firenze2015.it)

Esistiamo in quanto esseri continuamente tradotti. Un'esperienza che ci accompagna durante tutta la nostra esistenza. Continuamente in tensione per tradurre i nostri sentimenti, pensieri e desideri in parole e poi, fuori della nostra comunità, per capire e farci capire da coloro che non hanno il nostro vocabolario, lingua, universo. Se ciò che dà consistenza alla nostra soggettività è la capacità di entrare in rapporto con l'altro, la traduzione è il suo segno, ciò che marca il nostro stare nel mondo.

Lo ricorda Paul Ricoeur ("Il paradigma della traduzione", in P. Ricoeur, Il giusto 2, Effatà, 2007), siamo sempre immersi nelle traduzioni, che siano lingue diverse o sia la stessa lingua. Siamo sempre esposti alla tensione di vincere l'estraneità fra realtà e parola così come fra parole diverse, l'estraneità che ci oppone al mondo e ci oppone agli altri. Siamo sempre lì a cercare di capire come fare ad accettare ciò che non capiamo. Ad accettarlo per quello che è nella sua differenza. Sempre lì a chiederci se sia possibile accettare l'incomprensibile. Per questo è nella traduzione che si mostra chi effettivamente siamo. Perché la traduzione ci sfida lanciandoci addosso il paradosso di capire chi siamo andando alla ricerca dell'altro e lo fa toccando la radice di ciò che ci contraddistingue come esseri umani, il linguaggio. 

Forse poche epoche come l'attuale sono state così sfidate su questo. Forse in pochi momenti storici come quello presente custodire l'incomprensibile diventa essenziale. Il mondo come lo conoscevamo sta inesorabilmente cambiando, le culture entrano in contatto e si trasformano. La relazione fra culture diverse non è qualcosa che avviene tranquillamente senza conflitti, perché obbliga sempre a ripensare a ciò che consideriamo essenziale per noi, in qualche modo ci obbliga a fare i conti con le nostre certezze. Di fronte a questo non abbiamo scelta, o ci rifiutiamo di comprendere e mettiamo barriere o disperatamente cerchiamo di capire ciò che non riusciamo a capire. Di tradurre l'intraducibile. Ed è proprio per questo che negli ultimi decenni la traduzione è divenuta la metafora dei nostri tempi agitati. Un'idea di traduzione però totalmente diversa da ciò che si pensava in passato, che ha cambiato molte delle categorie su cui ci eravamo placidamente adagiati.

Fino a non molto tempo fa l'idea dominante era che nella traduzione si potesse spostare il nucleo essenziale di un testo da un corpo linguistico all'altro senza tanti danni. Come scriveva Georges Mounin, la traduzione consiste nel trovare "l'équivalent naturel le plus proche du message de la langue du départ, d'abord quant à la signification, puis au style" (Les problèmes théoriques de la traduction, Paris, Gallimard 1963). Un'idea ingenua di significato che prescindeva dagli elementi circostanziali che determinano la lettura e l'interpretazione di un testo. Considerare la traduzione in questo senso significa eliminare il più possibile il fatto che il lavoro di traduzione sia opera di un individuo con una sua soggettività.  



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