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TINA ANSELMI/ Andreotti e la P2, vera accusa o gioco dei ruoli?

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Giulio Andreotti (LaPresse)  Giulio Andreotti (LaPresse)

Fu quello il governo cosiddetto "di solidarietà nazionale", pure definito "governo della non sfiducia", realizzato grazie all'astensione del Partito comunista italiano di Enrico Berlinguer durante la votazione in Parlamento per la fiducia. Furono allora Moro e Zaccagnini a spingere Andreotti verso l'attribuzione di un ministero ad una donna, e la Anselmi fu soprattutto contenta di ricoprire un dicastero "non femminile", considerandolo come una prova di vera "pari opportunità" e soprattutto dignità.  

Si trattò di un governo che, con i due seguenti, ottenne indubbiamente risultati importanti proprio sul piano dell'impiego — il dicastero affidato inizialmente alla Anselmi — e che affrontò la crisi economica attraverso una rigorosa politica antinflazionistica, bloccando gli scatti di contingenza nei salari e contenendo il costo del lavoro (riducendo anche il numero dei giorni festivi): nella fase della Solidarietà nazionale, complessivamente l'inflazione scese dal 23 all'11,6 per cento, le ore di sciopero da 286 milioni nel primo semestre 1976 calarono a 154 milioni nello stesso periodo del 1979, il risparmio bancario crebbe di contro da 52mila a 90mila miliardi di lire.

Ma questi governi Andreotti di Solidarietà nazionale si segnalarono proprio per i risultati della lotta contro il terrorismo, allora appunto ai massimi livelli di allerta proprio con il caso Moro: fu allora infatti che venne creato il gruppo speciale antiterrorismo affidato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. 

Appare così ancor oggi assai singolare la logica delle traiettorie che incrociarono le esperienze politiche di due democristiani così "diversi" tra loro come Anselmi e Andreotti… in pochi anni, da elementi di una stessa squadra vincente, a giudice e giudicato. Quale sarà stato il rapporto più vero? Un caso esemplare in cui bisogna ancora dire "ai posteri l'ardua sentenza".



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