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LETTURE/ Olafsdottir, "la donna è un'isola" (ma non andateci a novembre)

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La protagonista è pure brava: per essere una donna che ha buttato alle ortiche il proprio matrimonio per non voler avere figli, sfoggia una sapienza e un istinto materno da manuale appena Tumi entra nella sua vita. Senza contare che il bambino si esprime con il linguaggio dei segni, ma per una che parla undici lingue è un gioco da ragazzi. Da ultimo, la protagonista è anche fortunata: nonostante il marito abbia messo incinta un'altra e con lei progetti di rifarsi una vita, la nostra eroina vince (nell'ordine) uno chalet tutto di legno, che si fa installare nel villaggio della nonna, a Est; e una cifra stratosferica alla lotteria nazionale. Niente di meglio per lasciarsi dietro marito, amante e amica cara.

Se la donna è un'isola, in questo romanzo è un susseguirsi di frane, smottamenti ed esondazioni. L'Islanda, in uno dei mesi meno poetici dell'anno, è dipinta come un acquitrino sabbioso, umido e buio, dove gli animali finiscono accidentalmente sotto le ruote e intenzionalmente nel piatto di chi le ha investite. Essendo un libro sul femminile, sono riconoscibili i cliché uguali a tutte le latitudini, sparpagliati qua e là, usati anche in senso ironico (sono una donna e so stare al mio posto). Dulcis in fundo, il libro si conclude con la descrizione "dei quarantasette piatti incontrati nel corso della narrazione".

La donna è un'isola è una bella frase evocativa. Se l'isola è l'Islanda non andateci a novembre.

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