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LETTURE/ Elsa Morante e la "Storia" di cui abbiamo perso il senso

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Elsa Morante (1912-1985) (Foto dal web)  Elsa Morante (1912-1985) (Foto dal web)

Ciò che si impara dal romanzo della Morante è stare nel reale senza sovrastrutture ideologiche. Proprio ciò che l'uomo di oggi non sa più fare rispetto a ieri, stare davanti a quanto accade, qualunque cosa sia ciò che accade, senza idee o schemi, accettando innanzitutto e supremamente il fatto che accade. Il male non è primariamente la morte, la malattia, la violenza altrui, l'incidente o l'accidente, il limite o l'imperfezione, lo stupro di cui si racconta ne La storia, ma il fatto che, tacitamente o esplicitamente, oggi non si riconosca più un rapporto positivo con la vita o, detto meglio, con una forza o una presenza più forte del male. L'uomo non vede più il rapporto che lo costituisce "oltre il male" di cui è impastato. 

Oggi gli uomini si sentono soli davanti ad una realtà che non sentono amica, anzi, che sembra minacciarlo come avesse davanti un destino di male, punto. La radice di ogni male, la sua essenza è l'incapacità dell'io ad accogliere ciò che gli avviene. L'io è obnubilato, eclissato perché non percepisce più una relazione più grande, qualcosa di più forte con cui impattare la vita. Le circostanze gli procurano turbamento, quasi un orrore e la facoltà di accettare quanto accade ne viene paralizzata, non sa reagire. Ida e i protagonisti del romanzo della Morante da questo punto di vista non sono affatto dei vinti.

La realtà chiede innanzitutto di essere vissuta, il vizio tutto moderno di stare di fronte al reale, sempre immaginandoselo diverso da come esso è mentre chiede prima di tutto di essere accettato, porta l'uomo alla follia e al nulla. E' su una posizione umana diversa che  Elsa Morante ha costruito il personaggio più significativo del romanzo, Useppe, che è tutto disponibile e tutto aperto al flusso del vivere così come esso gli viene incontro. Proprio l'opposto dell'episodio di quella SS, che mentre veniva portata al patibolo sul far dell'alba, a una cinquantina di passi dall'esecuzione, scorge su un muro sberciato un fiorellino "di quattro petali violacei e di un paio di pallide foglioline" e in quel fiorellino per un momento vede con stupore "tutta la bellezza e la felicità dell'universo": e mentre pensa che, se avesse potuto fermare il tempo, sarebbe stato disposto a passare l'intera sua vita in adorazione di quel fiorellino, ad un certo punto grida: "No! Non ci ricasco, no, in certi trucchi!". Benché con le mani legate, si avventa sul fiorellino e con i denti lo stronca, lo butta a terra e gli sputa sopra. Questo accade nella vita a chi, succube dei propri costrutti mentali, non sa stare davanti al reale, riconoscendolo per quel che è: un fiore, come la vita, come ogni circostanza, vanno vissuti, immersi in essi senza pre-giudizi o teoremi: solo così si riesce a scoprirne la gratuità, il "fatto" che, miracolosamente, ci sono.



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