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LETTURE/ Elsa Morante e la "Storia" di cui abbiamo perso il senso

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Elsa Morante (1912-1985) (Foto dal web)  Elsa Morante (1912-1985) (Foto dal web)

La compassione aleggia dalla prima all'ultima pagina, mista ad una grande tristezza per i destini degli uomini e delle singole esistenze. La speranza affiora qua e là nei termini (non certo manzoniani) di una presenza o provvidenza che riesce a dialogare con l'uomo e la sua libertà; compare nascosta e intermittente, ma l'esplosione di fatti, eventi, episodi narrati permette di dire che non siamo davanti ad un romanzo dal pessimismo cosmico, di stampo romantico o di derivazione naturalista; quella della Morante è visione neorealista, non nichilista. 

Ma c'è di più. A rileggerlo oggi, a oltre 40 anni dalla sua prima uscita, l'effetto è quello di trovarsi di fronte ad un grande affresco sul quale il lettore è portato, quasi naturalmente, ad alzare lo sguardo, è portato ad attendersi nella vicenda umana, amara e a tratti cupa, una svolta, è portato ad augurarsi che possa accadere qualcosa in grado di cambiare le relazioni umane, la convivenza familiare e sociale, la vita, insomma, in una parola, la storia. 

Ma nulla accade. Ne La Storia sembra non esserci spazio per la grazia. Il romanzo è quindi  di una grande tristezza, e tuttavia la compassione e la partecipazione pervadono la vicenda, aleggiano in ogni pagina. Come scriveva Montale in una lettera alla sorella Marianna, "non credo a ciò che si vede e si tocca soltanto... non posso credere solo a ciò che si fa vedere e non si mostra", così è con la scrittura della Morante: è semplicemente impossibile che nella storia e nel destino dell'uomo prevalgano morte, dolore e follia. Amore, poesia, giustizia, fraternità, pace, lavoro... affiorano di continuo come aspirazioni, esigenze originarie in tutti i protagonisti, ma restano solo a livello di possibilità pure. In un certo senso, possibilità senza storia. Ecco La Storia di Morante. Benché la speranza non emerga mai nei termini espliciti di una domanda di significato, in realtà essa è sempre presente, è a tema come attesa muta e desiderio di una svolta negli eventi. Non c'è invocazione, niente, nessuna domanda di salvezza. Ma quel grido sordo e quasi soffocato che attraversa tutto il romanzo è come la linfa vitale, è il sangue di Cristo ancorché non riconosciuto, è come un fiotto ininterrotto di squarci di intensità, di natura palpitante, di bontà umana, di legami forti, di desiderio di felicità e di pace; squarci che si dischiudono e si chiudono, si innestano nelle vicende e poi si dissolvono e così per l'intera narrazione. 

Non c'è nella Morante pietas ma l'esito della sua scrittura, per una sorta di eterogenesi dei fini, è davvero la compassione. Miracolo della scrittura! E quanta poesia a tratti in questa scrittura, disseminata da lacrime e sorrisi. Una scrittura che testimonia, come diceva Pascal, che "l'uomo sorpassa infinitamente l'uomo", una scrittura che sorpassa se stessa perché mentre racconta l'umano o lo descrive, non ne esaurisce né definisce il mistero ma in qualche modo ci restituisce l'uomo cambiato, diverso — forse — redento.



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