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LETTURE/ Fidel Castro e la facile attrattiva delle dittature

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Fidel Castro (1926-2016) (LaPresse)  Fidel Castro (1926-2016) (LaPresse)

Di fatto della révolucion cubana abbiamo condiviso il desiderio di futuro, l'ansia di una palingenesi capace di bruciare le tappe, la sfrontatezza di imporre regole nuove ope legis o, se si preferisce, con la canna del fucile. Nel mondo degli anni sessanta nulla è stato tanto esteso quanto questo desiderio di mutamento radicale, di un assetto sociale che non coincidesse con le aspre regole del mercato ma si rivelasse capace di sovvertire le mille soperchierie che, di fatto, prosperavano tra le maglie del sistema. È un simile desiderio che ci rendeva la rivoluzione cubana come qualcosa di immediatamente comprensibile. 

La seconda è invece di ordine sociologico ed è costituita dalla capacità delle visioni artefatte della storia di imporsi sulle notizie reali, creando una distorsione della realtà nella quale si finisce per cadere con molta facilità. La politicamente correttissima risposta delle diverse autorità politiche e culturali alla morte di Castro ne costituisce una prova evidente. Non ci fossero gli esuli e le attenzioni della stampa a rivelarci i segreti dell'oligarchia cubana, saremmo tutti ancora ad inneggiare alla mitica revolucion, ai suoi canti ed alle sue bandiere. È questa nostra cecità dinanzi al male, la nostra pervicace volontà di leggere solo un lato della medaglia, impedendoci di guardare gli orrori che nasconde dall'altro. È questa nostra congenita debolezza a costituire la facile attrattiva delle dittature, il discreto e suadente richiamo del paradiso in terra, qualunque esso sia. Le dittature del secolo scorso si sono tutte avvalse di questo crinale sul quale così facilmente scivoliamo.



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