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LETTURE/ La libertà è meglio di Togliatti: Vittorini da rileggere

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Elio Vittorini (1908-1966) (Foto dal web)  Elio Vittorini (1908-1966) (Foto dal web)

E infine la sua avventura con Il politecnico, rivista pubblicata dal 1945 al 1947 e poi chiusa da Togliatti. Al centro del dibattito era la funzione della cultura all'interno del partito comunista che cercava il potere i tutti i luoghi possibili della società civile e principalmente nei settori culturali dopo il disastro del fascismo e della guerra. A Vittorini che rivendicava con forza la libertà della produzione intellettuale, che pur doveva fare i conti con i cambiamenti della società, Togliatti rispondeva con la concezione di un ceto di scrittori, poeti, saggisti, giornalisti che rimaneva di fatto asservito al progetto politico del partito. Quello che Vittorini non poteva accettare e che definiva "suonare il piffero alla rivoluzione". Pagine queste molto lette nel dibattito critico intorno alla concezione crociana dell'autonomia dell'arte, nel periodo immediatamente precedente il Sessantotto e forse ancor prima dell'affermarsi di Pasolini. Bisognerebbe rileggerle; sono pagine coraggiose e ferme, che non ressero alla violenza ideologica di chi deteneva il potere. Non è datato ripercorrere quella vicenda di libertà intellettuale pagata a caro prezzo e culminata nell'abbandono del Pci da parte di Vittorini, ma se si pensa al crollo delle ideologie, al relativismo e al pensiero unico di oggi, essa appare invece al cuore della funzione dell'arte, richiamo a un oltre, che travalica l'angustia del presente, che tenta di dire il desiderio che va al di là della pura gestione dell'opinione pubblica e del potere che la guida. 

Soprattuto in tempi come questi in cui il pensiero comune, incapace di ascoltare i  pochi maestri che ancora si possono riconoscere, registra la soggezione alle mode indotte dai media e dai social e rivela un preoccupante abbassamento di livello.



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