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FESTA SAN VALENTINO 2016/ Chi non è insieme è davvero uno sfigato?

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Proprio nella foga del trasporto, basta essere sinceri per accorgersi che non siamo capaci di amare come l'altro meriterebbe. I «brevi attimi di gioia» vissuti insieme, e perfino l'«istante del possesso», non sono niente rispetto alla «gioia profonda» di cui siamo assetati. «Mi sei venuta accanto / colla promessa viva di un'aurora, / sconvolgendomi il sangue / come un grande tesoro / che si potrà conoscere / e possedere fino a sazietà. / Racchiudevi un mistero di dolore / e di gioia profonda, sconosciuta»: questa la promessa. Ma poi? «Ma non ti sei svelata. / Hai saputo il tuo gioco. / Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo / rinascondendo in te / il segreto degli occhi arrovesciati, / della tua bellezza più grande, / dell'attimo che gioia e sofferenza / si fanno un solo brivido»

Vallo a spiegare, alle generazioni del "che male c'è?", che puoi far male a chi sta con te. Anzi, che sempre gli fai male quando ti illudi che possiate bastarvi. Quando dimentichi che non è lui, non è lei, che può rispondere alla tua esigenza di amare e di essere amato. Che il fidanzamento — e peggio ancora la storiella — è un surrogato dell'amore, e non ti basterà mai. Sfrecciano intanto le «motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze ornamentali, sì, ma moderne» (Pasolini): vince l'uso reciproco, la prostituzione non a pagamento. 

Chi ama davvero, invece, magari è l'unico che non ci prova, l'unico che non si mette con te. Ce lo ha raccontato un altro ventenne ardente, Jacopo Ortis, quando non osò nemmeno sfiorare la ragazza per cui gli scoppiava il cuore: «Non ho osato no, non ho osato. — Io poteva abbracciarla e stringerla qui, a questo cuore. La ho veduta addormentata» e, come nella struggente I' te vurrìa vasa'«chesti carni fresche, e chesti trezze nere me mettono into 'o core mille malepenziere». Teresa sta dormendo, e lui, totalmente rapito, le si avvicina a un millimetro, con le mani e con la bocca: «così bella come oggi, io non l'ho veduta mai, mai. Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di quelle angeliche forme; e l'anima mia le contemplava e — che posso più dirti? tutto il furore e l'estasi dell'amore mi aveano infiammato e rapito fuori di me. Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue chiome odorose e il mazzetto di mammole ch'essa aveva in mezzo al suo seno — sì sì, sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare il suo cuore». Un passo ancora, e finalmente avrebbe realizzato i suoi desideri: «Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa — io stava per succhiare tutta la voluttà di quelle labbra celesti — un suo bacio! e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei — ma allora allora io la ho sentita sospirare fra il sonno: mi sono arretrato, respinto quasi da una mano divina. T'ho insegnato io forse ad amare, ed a piangere?»



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