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STORIA/ Il giudice del maxiprocesso: oggi la vera mafia sta nelle centrali finanziarie

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)

Le dichiarazioni di Buscetta furono sottoposte ad un'attenta e minuziosa attività di riscontro, e questo costituì l'ossatura su cui si resse tutto l'impianto accusatorio, peraltro confermato dalla sentenza della Cassazione. Solo così si poterono emettere 360 mandati di cattura nei confronti di altrettanti mafiosi. Si poteva dire che era crollato il mito invincibile dell'omertà di Cosa nostra ad opera di uno dei massimi esponenti della organizzazione. Dopo Buscetta vennero numerosi altri collaboratori tra cui Salvatore Contorno, che era il temuto killer di Stefano Bontate. Proprio di lui ricordo che prima di decidersi a collaborare ebbe bisogno del "permesso" di Buscetta. Con queste collaborazioni crollò il mito dell'omertà e della impenetrabilità della mafia. Ma c'era un'altra importante e significativa novità.

 

Quale?

Gli imputati non erano solo i mafiosi per così dire "tradizionali", ma tra essi c'erano i cugini Nino ed Ignazio Salvo, potenti ed intoccabili gestori delle esattorie siciliane. Costoro avevano ospitato Buscetta nel loro albergo di Santa Flavia e lo avevano invitato a venire a Palermo per invocarne l'intervento pacificatore nella guerra di mafia degli anni 80. Indubbiamente il successo giudiziario che seguì alle indagini fu essenzialmente merito di Falcone e della tecnica investigativa da lui attuata, in ciò agevolato dal processo inquisitorio allora in vigore. Di fronte alla mole di prove raccolte, Falcone ironizzava sul fatto che il maxiprocesso si era ridotto ormai ad un processo di Pretura.

 

E dopo le rivelazioni di Contorno cosa accadde?

Dopo le rivelazioni di Contorno il processo fu pronto per la requisitoria, che venne depositata nel luglio del 1985 a firma del Procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno e dei sostituti Di Pisa, Geraci, Signorino, Ayala e Sciacchitano: gli ultimi tre nel frattempo entrati a fare parte del pool. Si tratta di oltre 10 volumi che può vedere alle mie spalle (nello studio in cui ci troviamo, nda). Ricordo che in occasione di tale deposito venne a Palermo il ministro dell'Interno Oscar Luigi Scalfaro per manifestare la sua vicinanza ai magistrati palermitani, come testimoniato da una foto che immortalò l'avvenimento e che conservo ancora nel mio studio. Ma voglio ricordare ancora un aspetto significativo.

 

Quale?

L'8 novembre1985 intervenne l'ordinanza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Falcone. Mentre la Procura aveva richiesto il rinvio di 351 imputati, il giudice istruttore ne rinviò 476. L'enorme numero degli imputati pose dei problemi logistici dato che non vi erano aule idonee per contenerli tutti. Falcone fece pressioni perché si costruisse ex novo un'aula spiegando che il processo "doveva" essere celebrato a Palermo per riaffermare l'autorità dello Stato che la mafia aveva sfidato. Grazie al sostegno del ministro della Giustizia Mino Martinazzoli venne realizzata l'aula bunker, che fu completata il 31 dicembre 1985.

 

E veniamo al processo. Come ricorda quei giorni, soprattutto l'inizio? Quali furono le difficoltà più grandi da superare?

Erano tante, anche per il grande numero di persone presenti in aula, tra cui tanti giornalisti. Il primo scoglio fu dato dalle numerose eccezioni sollevate dagli avvocati, prima tra tutte quella di procedere alla lettura di tutti gli atti, come previsto dal codice di procedura penale allora vigente. Lo scopo era quello di allungare i tempi e giungere alla scarcerazione degli imputati prima della sentenza. Si trattava di milioni di carte la cui lettura avrebbe richiesto anni. Il Parlamento ci venne incontro tempestivamente e su iniziativa degli onorevoli Nicola Mancino e Luciano Violante vennero emanate due leggi con le quali si allungavano i termini di custodia cautelare e si introduceva l'art. 466 bis del codice di procedura penale, con il quale si sostituiva la lettura degli atti con la semplice loro "indicazione". Se si fosse verificata la scarcerazione degli imputati sarebbe crollata la credibilità dello Stato.

 

La sentenza di primo grado fu certamente una vittoria su tutto il fronte, mentre in appello ci fu una riduzione delle pene inflitte. Questo fatto come venne percepito?



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