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STORIA/ Il giudice del maxiprocesso: oggi la vera mafia sta nelle centrali finanziarie

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)

Quando si interviene in determinati settori o si toccano determinati interessi si corrono due rischi: o si viene eliminati fisicamente o si viene delegittimati. Nel mio caso fortunatamente è stata scelta la seconda possibilità. Io avevo in quel periodo, sia come componente del pool antimafia che come singolo, tutte le più grosse inchieste: massoneria, omicidio del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, grandi appalti di Palermo gestiti allora dal ben noto "comitato d'affari", le speculazioni delle lottizzazioni abusive di Pizzo Sella in cui erano presenti personaggi del calibro di Michele Greco, e il processo Ciancimino, che ho iniziato io e che mi fu affidato come singolo e non come componente del pool. Solo per dirne alcuni. 

 

E nella vicenda specifica che la portò ad essere identificato dall'opinione pubblica come "il corvo" delle lettere anonime?

Sono stato assolto definitivamente nel dicembre 1993 "per non aver commesso il fatto", cioè non ho mai scritto alcunché di anonimo. Sulla vicenda, che riguardava Totuccio Contorno, avevo detto al procuratore, ai carabinieri e quindi pubblicamente che bisognava indagare e approfondire le indagini in ordine alla presenza di Contorno in Sicilia, dato che lo stesso Contorno, quando venne arrestato in una zona in cui si erano verificati vari omicidi, avrebbe dovuto trovarsi invece in America. Chiedo allora: ma è plausibile che dopo che ebbi avanzato questa richiesta mi fossi messo a scrivere lettera anonime per dire "fate indagini su Contorno"? Purtroppo molti sono saliti su questo carro, politici, magistrati, servizi, perché l'intento era la mia delegittimazione. Fu sufficiente un articolo su un quotidiano per togliermi immediatamente tutte le inchieste che avevo sul tavolo. E quindi l'obiettivo fu subito raggiunto. Non a caso alcune di quelle inchieste furono immediatamente archiviate.

 

Quindi non fu una semplice invidia tra colleghi?

No! Ci fu un gioco pesante, soprattutto sulla tematica degli appalti, che rimane sempre la madre di tutte le inchieste, e quindi degli interessi economici, in Italia e nel mondo. Basti ricordare, solo per citare due casi eclatanti e noti, l'omicidio di John Kennedy e quello di Enrico Mattei.

 

Dopo tanti anni che sensazione prova?

Certo, ormai è acqua passata, ma furono anni molto duri che hanno lasciato il segno. Se poi si pensa che nella sentenza con cui sono stato assolto "per non aver commesso il fatto" si indica da chi potevano provenire quelle lettere e che i servizi segreti, come si legge nella sentenza, hanno creato la famosa impronta da cui nacque tutto, l'amaro in bocca rimane ancora. In definitiva: io non sono stato, ma nessuno è stato inquisito o condannato, anche se dalla sentenza si può chiaramente evincere la provenienza degli anonimi.

 

Ma in quegli anni le è mai venuta la tentazione di mollare tutto?

Tutt'altro. Nella consapevolezza della mia assoluta estraneità alla vicenda, più si accanivano più mi incaponivo. Mollare significava dare soddisfazione a chi voleva togliermi di mezzo. 

 

In quegli anni nasce anche il fenomeno dell'antimafia, a partire dal famoso articolo di Leonardo Sciascia sui professionisti dell'antimafia. Ma prima di giungere alle degenerazioni odierne, com'era l'antimafia di quel periodo? 



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