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STORIA/ Il giudice del maxiprocesso: oggi la vera mafia sta nelle centrali finanziarie

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto dal web)

A trent'anni dall'avvio del maxiprocesso alla mafia, abbiamo chiesto un ricordo ad un protagonista di quegli anni: il giudice Alberto Di Pisa, che da poco più di un mese ha lasciato la magistratura per raggiunti limiti di età. Di Pisa faceva parte, insieme al collega Vincenzo Geraci, del pool antimafia costituito presso la Procura della Repubblica di Palermo, al quale in seguito si aggiunsero Giuseppe Ajala, Domenico Signorino e Giusto Sciacchitano. Ha lavorato quindi per molti anni alla istruzione del maxiprocesso in stretto collegamento con il pool dell'Ufficio Istruzione, di cui facevano parte Falcone, Borsellino, Di Lello, De Francisci ed altri. "E' finita l'epoca in cui la mafia veniva identificata con personaggi come Totò Riina — dice oggi Di Pisa al sussidiario —. Dietro uno come lui oggi si muovono personaggi dell'alta finanza, banche, imprenditori di alto livello, vere e proprie centrali finanziarie".

 

Come e perché si giunse ad un evento così grande e importante, anche dal punto di vista mediatico?

Due fatti più di altri influirono sulla nascita di quell'evento, frutto della risposta dello Stato alla quantità incredibile di delitti di mafia accaduti dal 1976 in poi, che avevano trasformato la Sicilia, e Palermo in particolare, in un'autentica mattanza: il rapporto così detto "dei 162" redatto dal prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e il grande apporto fornito dalle "confessioni" di Tommaso Buscetta.

 

Cosa diceva il rapporto Dalla Chiesa?

Denunciava un numero elevato di persone che facevano parte dell'organizzazione mafiosa e sulle quali era necessario a quel punto che indagasse la magistratura. Infatti, fu presentato alla procura nel luglio del 1982 e da lì, possiamo dire, iniziarono le nostre vere e proprie indagini. Ma la svolta fu data dalle notizie fornite da Buscetta.

 

Perché le confessioni di Buscetta furono così importanti?

Perché fino a quel momento non avevamo un'idea preciso di cosa fosse e di come funzionasse "Cosa nostra". Tommaso Buscetta, una volta estradato in Italia, nell'estate del 1984, venne interrogato senza soluzione di continuità per due mesi da Falcone e dai pubblici ministeri della Procura di Palermo presso la Questura di Roma dove si trovava sotto custodia del capo della Criminalpol del Lazio, Gianni De Gennaro. Egli, che pur da semplice "soldato" era stato molto vicino ai capi di Cosa nostra, svelò le trame e i crimini dell'organizzazione mafiosa fino a quel momento ignote.

 

Cosa si può dire del Buscetta di quegli anni?

Buscetta teneva a precisare che lui non era un traditore: traditori piuttosto erano coloro che avevano consentito la degenerazione della mafia, "sì da rendere incompatibile con i principi tradizionali di Cosa nostra l'epoca in cui viviamo". Nutriva infatti un grande rispetto ed ammirazione per Stefano Bontate, che rappresentava la mafia di un tempo e l'omaggio nei confronti di quest'ultimo era tale che Buscetta era arrivato a chiamare un suo figlio con lo stesso nome. Un solo rimprovero muoveva a Bontate: di avere fatto trapelare la sua intenzione di uccidere Totò Riina piuttosto che eseguirla subito.

 

Ma Buscetta mostrò subito la sua forte personalità e l'ascendente che aveva tra i componenti di Cosa nostra. Perché vi siete fidati di lui?



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