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DDL CIRINNA'/ Se la "natura" non basta più

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DDL CIRINNA', UNIONI CIVILI — Di fronte al dibattito e alla polarizzazione delle posizioni provocati dal disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili sorge una domanda: ma perché nell'immaginario collettivo coloro che perseguono con più decisione il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, si presentano come quelli che stanno combattendo per una maggiore libertà delle persone? È una percezione diffusa, sia che si concepisca tale libertà come la possibilità che ciascuno si auto-determini a partire dai propri desideri, sia che la si concepisca come il pericolo di ridurre all'arbitrio soggettivo l'ordine oggettivo della verità e della natura. Che la si invochi a gran voce, per accelerarla, o la si tema preoccupati, cercando di limitarla, è la libertà — a ben vedere — il nucleo infuocato della questione. Questo il vero interesse e la più profonda posta in gioco.

Nella nostra tradizione filosofica, che ha radici antiche nel pensiero classico e nel dibattito medievale, ma nel mondo moderno ha trovato una codificazione che vige ancora oggi, anche se in forme e contesti diversi, si sono delineate due posizioni sulla libertà. Non si tratta solo di modelli teorici, ma di possibilità intessute per così dire nella nostra esistenza, che danno come la forma alla nostra stessa esperienza. 

Vi è una concezione minimale dell'essere libero che è semplicemente il non essere condizionati da altro, cioè avere la possibilità di scegliere quello che si vuole. Si tratta di quella che alcuni pensatori (come Isaiah Berlin) chiamano la "libertà negativa", perché appunto esprime il non essere determinati nelle proprie scelte se non da se stessi. Accanto ad essa vi è però un'altra concezione della libertà, questa volta "positiva", secondo la quale si è liberi, o meglio si diventa liberi, non solo perché – in astratto – si può scegliere indifferentemente una cosa o un'altra, bensì perché si vuole un qualcosa di determinato (e non qualcos'altro), in quanto lo si riconosce come un bene oggettivo che merita il proprio assenso. 

Tutto il dramma della libertà moderna sta nel fatto che, con il tempo, queste due concezioni si sono sempre più divaricate tra loro, per cui può capitare — come è in effetti capitato nelle discussioni recenti — che la rivendicazione della propria autonoma capacità di scelta non arrivi mai a riconoscere, realisticamente, che tale autonomia è ancora troppo poco per fare un'esperienza di libertà: insomma, che il nostro libero arbitrio è una condizione certamente necessaria, ma non ancora sufficiente per sentirci effettivamente liberi. E d'altronde: che cosa potrebbe mai essere sufficiente, che cosa potrebbe mai bastare per sentirsi veramente liberi? Neanche il riconoscimento giuridico di un diritto da parte dello Stato può garantire il nostro percorso verso la felicità. Possiamo forse immaginare o addirittura stabilire una "misura" per la libertà? È quello che si chiedeva, e ci chiedeva, Julián Carrón nel suo articolo su "Diritti tradizionali e valori fondanti" apparso il 24 gennaio scorso sul Corriere della Sera



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COMMENTI
19/02/2016 - Valori non astratti (simone giannoni)

Non mi pare che Esposito abbia detto di non proporre niente lasciando la libertà vuota a sé stessa. Anzi ha espressamente detto: "Al contrario, c'è bisogno di un'esperienza di libertà in atto per poter tornare a riconoscere e aderire ad un valore." Ovvero, ci sono due attori: da una parte chi si mette in gioco con la libertà e dall'altra chi si mette in gioco proponendo qualcosa. Perché i valori in gioco non sono astratti ma concreti, sono incarnati, tanto è vero che esposito più avanti dice: "E' per questo che l'esperienza originale del cristianesimo - l'incontro con la presenza viva del Mistero, in una forma e in un'amicizia umana desiderabili - costituisce un principio di vera e propria rivoluzione culturale."

 
17/02/2016 - le regole naturali (DiB Marco)

amico mio, la natura ha delle regole di massima ma queste hanno un valore statistico e non assoluto; conosci il principio di indeterminazione di Heisenberg? "« Nell'ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l'accadere (all'interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso". Senza ricorrere alla meccanica quantistica, che a Roma non nevichi il giorno di ferragosto si potrebbe dire una legge naturale, eppure se consideri un arco di tempo sufficentemente ampio, la legge è naturalmente sconfessata; senza lasciare la biologia, i casi di intersessualità esistono, la sindrome di Swyer, quella di Klinefelter o di Turner; in ogni caso la omosessualità ha una tale inciden za naturale che non si può considerare una anormalità della legge naturale: FA PARTE della normalità naturale essendone aspetto fondante.

 
17/02/2016 - Drammatico (FRANCA NEGRI)

"La verità si attua". La verità sarebbe il prodotto della nostra scelta "libera"...non c'è più alcun dato da riconoscere. Neppure le esigenze e le evidenze elementari. Non si nega la natura ma la si dichiara inconoscibile, non riconoscibile per l'uomo di oggi. Così è, solo se vi pare. E poi come farebbe un tipo umano così, che non è più in grado (io direi meglio non vuole più) riconoscere il dato di realtà, a rendersi conto di aver incontrato un uomo davvero "libero"? E a seguirlo?

 
17/02/2016 - giusto per capire meglio (prosperi paolo)

Perdonami, caro Costantino, ma non riesco bene ad afferrare la coerenza del tuo argomento. ti seguo bene in tutta la prima parte del tuo argomento. Ma poi mi riesce molto difficile capire le conseguenze che deduci dal quadro delineato. Tralasciando la contrapposizione tra interesse per la legge civile e testimonianza cristiana (come se il cristiano ricadesse nel farisaismo se si interessa ANCHE di questo) mi riesce francamente difficile comprendere la coerenza di quanto dici in conclusione, quando contrapponi la rivendicazione della "solida" dottrina su Dio e sull'uomo come argine al relativismo e soggettivismo postmoderno (e percio un atteggiamento dell cristiano diciamo ideologico, farisaico, rigido, incapace di rivolgersi amorosamente alla liberta dell'altro - questo mi pare cio che suggisci) all'appello alla liberta, alla promozione e valorizzazione della liberta delle persone, e percio - e su questo ti seguo - dell'appello drammatico alla liberta del singolo, come dimensione intrinseca dela verita di Cristo, che e la verita dell'Amore. Cio che faccio fatica a capire, è la contrapposizione. Altro è IMPORRE altro è PROPORRE. Se non si PROPONE alcuna verita, non c'è AMORE, perche non c'è alcun appello reale alla libertà dell'altro, ne percio RISCHIO DI SE in questo appello. Se non c'è annuncio del contenuto della fede, non c'è bellezza dell'amore, perche si elimina il rischio che e proprio del dono di sé. Testimonianza = martyria...