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CHIESA/ I cattolici? Oggi stano meglio in Cina che in India

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La notizia non sarebbe, per altro verso, del tutto sorprendente, poiché già sotto il pontificato di Benedetto XVI si erano intensificate le relazioni informali e le occasioni di una riflessione comune e avvertita tra il papato e la Chiesa in Cina. Rispetto al pregresso, in cui era pur sempre quest'ultima ad effettuare la scelta localmente vincolante (ma canonicamente opinabile), nel novero di nomi che comunque giungessero noti alla Santa Sede, il negoziato che si prospetta invertirebbe i termini della questione. Dando al Pontefice la possibilità di scegliere, in una "rosa" pur prospettata dalla Chiesa governativa. 

Le incognite formali restano molte. Quale status giuridico sarà più corretto per i vescovi nominati in tal modo? E quale per quelli precedenti? Opererà, o qualcuno sosterrà di ritenerla ancora operante, l'osservazione di Giovanni Paolo II che, traendo le conclusioni dal tessuto normativo ecclesiale, considerava come scomunicati i vescovi nominati, indipendentemente da ogni rapporto col Papa, dalla Chiesa patriottica? Se oggi è importante rispondere degli sviluppi attuali, nel futuro graverà l'obbligo di chiarire attendibilmente anche i rapporti trascorsi. Quale che sia la risposta giuridicamente più attendibile, l'importante è che tutte le ipotesi di riavvicinamento siano concretamente al servizio di un miglioramento delle condizioni di vita e di più sereno esercizio delle libertà associative e individuali che sono collegate alla pratica religiosa. Un obiettivo, peraltro, concettualmente non estraneo alla morale confuciana cinese, pragmatica e certo irriducibile alla religiosità organizzata, ma anch'essa ostile alla prevaricazione e alla vessazione ghettizzante della sensibilità altrui.

La situazione cinese non ha molti punti di contatto con quella indiana. Esiste una notevolmente ampia letteratura specialistica (anche religiosa) incentrata proprio sulle enormi differenze tra i due giganti dell'espansione asiatica. Una certa rilevanza delle distinzioni è stata correttamente evidenziata dalla dottrina dello Stato, non sorprendentemente soprattutto quella locale, che, pur molto più apologetica, ha evitato le categorie facili della riflessione liberal occidentale. Da un lato — la Cina — uno Stato accentrato, che ha plasmato le proprie istituzioni amministrative all'interno di una sistematica monopartitica comunista (ed è difficile capire quale sia stata la causa e quale sia stato l'effetto). Dall'altro — l'India — uno Stato federale, che dell'organizzazione federale ha fatto prima un'istanza rivendicativa al tempo della liberazione e poi un modulo giuridico-istituzionale idoneo a bilanciare coesione e differenza. Senonché non è tutto oro quel che luccica, per ragioni ben note. La sopravvivenza delle divisioni sociali fondate sulle caste o le cospicue differenze di regime giuridico e di pratiche sociali tra i livelli decentrati impediscono letture unitarie e omologanti. E non aiutano nel cercare di individuare possibili opzioni migliorative delle condizioni di vita complessivamente osservabili. 



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