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CHIESA/ I cattolici? Oggi stano meglio in Cina che in India

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In India le appartenenze "religiose" maggioritarie sono quella induista e quella islamica. La prima tradizionale, nettamente più cospicua. La seconda in espansione e su una concentrazione demografica ampia come quella indiana già molto rilevante. Certo, studiare l'India grafici alla mano è un'impresa mostruosa, oltre che inutile. In termini assoluti, ad esempio, i sikh sono meno dei cattolici, ma la loro concentrazione territoriale è persino in alcune aree urbane preponderante. I musulmani, in base alle diverse stime, sono tra il 10 e il 15% della popolazione: vi sono Paesi europei con percentuali di seguaci musulmani molto più alte, a pochi passi dall'Italia (come in Albania). Se, però, quell'asettica percentuale è tradotta in persone reali, in comunità concrete… ecco la seconda comunità islamica al mondo dopo l'Indonesia. Non sembra unitaria la componente cattolica: ci sono insediamenti tradizionali e ci sono convertiti grazie alle opere di missione (le due realtà maggioritarie nel complesso, ma ancora esiguo, novero dei cattolici indiani). 

Quello che sorprende, però, e sarebbe il momento di studiarne più rigorosamente le implicazioni giuridiche, è che sta sorgendo anche un cattolicesimo di nuova generazione, nel quale gli aderenti non hanno legami né geografici né etnici con le primissime comunità locali, né reali contatti con la tradizione missionaria. Convertiti grazie al proselitismo: il che è un problema, soprattutto nelle regioni dove il proselitismo è sovente represso dietro l'ambigua ipotesi punitiva della conversione in frode. Quelle legislazioni, infatti, dal punto di vista formale, sembrano reprimere condotte che anche in Europa non sono ritenute lecite (plagiare un incapace, ordire truffe sulla base dei promessi benefici di un'associazione o di un'affiliazione religiosa, eccetera). Nei fatti, però, l'attività repressiva può ricondurre al paradigma astratto anche attività ben più pacifiche e semplicemente espressive di libertà fondamentali. 

L'India, sul piano religioso, è un Paese più "teso" di quanto potrebbe apparire, perché tanto nell'induismo (soprattutto quello più tradizionalista o politicamente organizzato) quanto nelle comunità musulmane (pur sempre la prima minoranza religiosa del Paese) le tendenze più repressive nei confronti della diversità religiosa stanno prendendo piede. Cavalcando l'onda del ritorno ad istanze vendicative di giustizia, fomentate dalla limitata circolazione delle conoscenze e dal permanere di strutture sociali troppo risalenti per descrivere e vivere la complessità contemporanea. 

Anche in questo caso, perciò, non sarà decisivo soltanto l'esercizio dei diritti di libertà in capo a cristiani e cattolici, per valutare il trend delle istituzioni politico-democratiche. Quanto piuttosto ciò che esso comporta sul piano del pluralismo e del riconoscimento delle minoranze. 



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