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CHIESA/ I cattolici? Oggi stano meglio in Cina che in India

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Il 2016 è iniziato all'insegna degli interrogativi per le aree geografiche che sono state interessate alla più vistosa crescita economica degli ultimi decenni. L'economia cinese rallenta (pur mantenendo tassi che l'Occidente non sembra in grado di eguagliare); la situazione politica indiana appare frammentaria, col nuovo protagonismo di retaggi identitari e speranze mai sopite di maggiore perequazione sociale. È difficile dire se nei due Paesi le vicende dell'attualità siano legate al trattamento giuridico e alle condizioni sostanziali delle minoranze cristiane, ma in filigrana non è arbitrario intuire dei legami tra l'avanzamento civile di quelle terre e l'eliminazione di fenomeni persecutori e discriminatori religiosamente motivati. 

Per quanto riguarda la Cina, il problema fondamentale riguarda, sul piano formale come su quello sistematico, il difficile raccordo tra la comunità cattolica che si riconosce nella Chiesa governativa (patriottica) e quella che crede all'unità nel nome della Chiesa di Roma. Statistiche pienamente attendibili non ce ne sono. Ed è d'altra parte difficile pensare che si tratti di due realtà confessionali antitetiche e distinguibili. Per molti cattolici cinesi, l'incardinamento nella Chiesa statale rappresenta (e ha rappresentato) una maggiore tranquillità nella semplice gestione quotidiana dell'esistente. Per i cattolici legati alla Chiesa di Roma, le condizioni di vita non sono facili, anche perché trattamenti più aspri a loro sfavore sono comminati in leggi nazionali pur sempre costituzionalmente conformi. La condizione dei cattolici in Cina interroga innanzitutto l'Occidente: come garantire la loro libertà religiosa, come evitare strumentalizzazioni che spesso sfociano in malversazioni? È rilevante per il futuro della politica globale la cessazione di un regime giuridico restrittivo in materia religiosa in uno dei sistemi statuali oggi egemoni? Se si risponde affermativamente a questa domanda, l'interrogativo diventa ancora più pesante per la Chiesa cattolica. Potrà mai arrivarsi ad una composizione pacifica? E, se sì, essa avverrà nel senso di riconoscere una qualche forma di autonomia speciale alla Chiesa nazionale (cosa assai ardua da pensare, ai sensi della legislazione canonica) o in direzione di una pacificazione direttamente negoziata, e come?, col governo della Repubblica popolare? 

Una prima, prudente, risposta a questi interrogativi, ancora non pienamente confermata, si affaccia all'orizzonte. E consiste in un disgelo, rilevante almeno sotto il profilo sostanziale, tra Pechino e Santa Sede. Si fa più insistente e concreta la possibilità che sia il Pontefice a nominare tre vescovi destinati a sedi vacanti. Sotto il profilo delle violazioni patite in passato dai cattolici cinesi, non può che apparire un'ancora incompleta inversione di marcia, ma ciò segnalerebbe un cambiamento prospettico nelle relazioni tra il governo della Repubblica popolare e la Sede di Roma. 



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