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LETTURE/ "Amalassunta", in un bel quadro c'è sempre il mondo intero

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Osvaldo Licini, Amalassunta (particolare, 1955) (Immagine dal web)  Osvaldo Licini, Amalassunta (particolare, 1955) (Immagine dal web)

"Se dovessero chiederle chi è Amalassunta, risponda pure, a mio nome, che Amalassunta è la Luna nostra bella, garantita d'argento per l'eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco". Così Osvaldo Licini, uno dei maggiori pittori del Novecento italiano, famoso per l'atmosfera sottilmente magica delle sue tele, scriveva all'amico critico Giuseppe Marchiori nel maggio del 1950: di lì a poco, alla XXV Biennale di Venezia, il pubblico si sarebbe trovato di fronte L'Amalassunta in nove variazioni, contrassegnate da numeri progressivi da 1 a 9. A Marchiori viene suggerita l'interpretazione "perché possa rassicurare gli spettatori non abituati a un certo tipo di pittura che in Italia, malgrado una lunga storia alle spalle, era percepita ancora con sospetto e fastidio". Così (p. 117), Pier Franco Brandimarte ricorda come Licini raccomandasse all'amico critico la risposta pronta, azzeccata e poetica insieme, da fornire alle domande scettiche o stranite di chi si trovava per la prima volta davanti alla sua pittura. 

Il romanzo di Pier Franco Brandimarte, autore assai giovane anagraficamente (nato nel 1986), ma dalla scrittura già matura, dalle intense sfumature poetiche, è, è vero, a una prima lettura un omaggio al grande pittore marchigiano, ma è anche una specie di apologo che ci illustra come due vite, dipanatesi a grande distanza temporale fra loro, possano essere legate dal vincolo più forte: l'interesse, la fascinazione, la misteriosa percezione di una comunanza, di qualche tratto condiviso. Così, nell'Amalassunta (Giunti, Milano 2015), il protagonista lascia Torino e la fidanzata Nina per ritornare a Montevidone, il paese, sulle colline marchigiane, dove il nonno del narratore possedeva una bottega di barbiere, ma anche il paese dove Osvaldo Licini si rifugiò dopo gli studi a Parigi e Bologna, e dopo l'esperienza della prima guerra mondiale. A Montevidone, immerso nella quiete arcana e senza tempo della collina, Licini dipinse, cercando la luna, la sua amica d'argento; oggi, invece, Antonio, il protagonista, cerca di dare un senso alla sua vita, indagando quella dell'artista. 

Lentamente, dai luoghi del paesino marchigiano emergono lacerti, frammenti della vita di Licini, raccontati con una miscela affascinante di realtà, sogno, divinazione, intuizione, a partire dalla prima sera passata da Antonio in paese, nella barberia del nonno, rimasta immutata, sorta di macchina del tempo involontariamente azionata: e proprio lì appare, nel tramonto invernale, la sagoma scura di un uomo (p. 20 sgg.), alto, con un cappello a tesa larga, "le mani dietro la schiena e l'andatura scomposta, con la punta delle scarpe all'infuori": è Morandi, l'amico di gioventù di Licini, con il quale si consumerà una celebre rottura, o meglio, i due pittori presero due strade diverse, con destini diversi e divergenti. Licini, infatti, divenne celebre, con un riconoscimento tardivo, a partire dalla Biennale del 1958; Morandi, invece, già a diciotto anni si portava sulle spalle la difficile e impegnativa nomea di "genio", anche se, al narratore, che gli chiede se mai aveva pensato di arrivare a tanto, risponde, burbero e di poche parole, che a lui "interessava soltanto lavorare" (p. 28).  



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