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UMBERTO ECO E' MORTO/ Quel "sospetto" verso l'accadere della bellezza

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Umberto Eco (1932-2016) (Infophoto)  Umberto Eco (1932-2016) (Infophoto)

UMBERTO ECO E' MORTO. Il fuoco accanito e vorace che, nella conclusione del Nome della rosa, aggredisce l'abbazia medievale ricca di libri preziosi, trasformando quello scrigno del sapere in un enorme rogo e quindi in cenere e rottami, incarna, per Umberto Eco, il pericolo sempre in agguato che accompagna i nostri passi. E cioè, il demone del fondamentalismo e dell'autoritarismo; che incombe sulla nostra civiltà e preme per seminare devastazione, per infliggere la sua apocalisse senza prospettiva di cieli e terra nuovi. L'autore del più fortunato best seller di qualità degli ultimi decenni (anzi l'inventore riconosciuto del best seller di qualità) ha costruito la trama del suo romanzo a conforto di questo assunto: la nostra conoscenza e le nostre libere mosse sono insidiate da chi, in nome di una Verità intransigente e cupa, pretende di tenerci nello stato di minorità, di ridurre in catene la nostra autonomia, e poiché non riesce in questa pretesa, risponde all'insorgere della libertà con cieca violenza, disposto a rimanere lui stesso dilaniato e travolto, mentre trascina tutti nella catastrofe punitiva che ha preparato. La metafora è efficace. Tradisce però, al di là dell'intenzione, un'altra e più profonda paura; non solo verso l'oppressione del pensiero unico, ma verso l'evento stesso, percepito in termini, appunto, di agguato, contro il quale è fin troppo fragile l'unica barriera a disposizione, quella della cultura che i testi alimentano e promuovono.

 Filosofo e semiologo corteggiato dalle accademie, membro a pieno titolo dei circoli intellettuali più esclusivi dentro e fuori i confini nazionali, Umberto Eco deve al Nome della rosa la sua notorietà presso il grande pubblico. La formula era in effetti indovinata: trasferire nel romanzo lo stile accattivante del giornalismo, mescolando spunti pensosi e gradevoli arguzie. Sulla stessa falsariga, Eco ha confezionato instancabilmente ulteriori prodotti narrativi, senza ottenere risultati paragonabili a quel primo, fortunato exploit. Pagine intriganti si annidano comunque anche in quei romanzi meno felici, che pochi ormai si prendevano la briga di leggere da cima a fondo, anche quando, per soggezione all'industria culturale, li acquistavano tempestivamente. E forse, una delle chiavi per entrare nell'universo di Eco è uno scorcio annidato nella Misteriosa fiamma della regina Loana, libro di scarso peso e successo anche minore. Il protagonista, un liceale perdutamente innamorato (come di prammatica) di una compagna di scuola e incapace a lungo di dichiararsi per paralizzante timidezza (altro ingrediente immancabile), prende un bel giorno il coraggio a due mani e si fa trovare nell'androne del palazzo di lei; ma davanti a lei, accampa una scusa e si dilegua. Esporsi al rischio di un rifiuto? Subire delusione e derisione? «Tacendo, invece, avevo conservato tutto quel che già avevo e non avevo perso nulla». Nella sua apparente gracilità, questo episodio rosa, così distante dal timbro nero e gotico che altre volte Eco predilige, lascia trapelare un sospetto verso lo stesso accadere della bellezza; come se la fiamma da temere fosse in definitiva quella che un incontro positivo contagia. Come credere a una promessa che forse non può essere mantenuta?



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