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LETTURE/ Meschiari, narrare il paesaggio per costruire volti

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Paul Cezanne, Monte Sainre-Victoire, particolare (1906) (Immagine dal web)  Paul Cezanne, Monte Sainre-Victoire, particolare (1906) (Immagine dal web)

Ci sono libri che richiedono, per essere letti, una marcia di avvicinamento, per arrivare alla base della parete che si intende violare. È questo il caso delle Tre Montagne di Matteo Meschiari, libro raro quanto prezioso nella stanca modernità occidentale. Sono tre montagne, o meglio tre voci, impastate di materia diversa (ghiaccio, fuoco e foresta), che ci introducono ad altrettante narrazioni, autonome eppure interdipendenti come cime di una stessa lunga dorsale. Non è un caso che l'autore in questione sia impossibile da definire secondo i canoni soliti: antropologo e geografo di formazione saldamente filologica, Meschiari si misura per professione con una produzione saggistica che intreccia wilderness, storia dell'abitare, sistemi di paesaggio reali e simbolici (sua è la teoria della Landscape mind). Questa ricchezza polifonica di formazione, piuttosto che costituire un limite, cola nella scrittura narrativa come un magma che scolpisce poi, raffreddandosi nel lavoro della lingua, personaggi quasi sempre senza nome, ma perentori nella loro essenza. 

Nel primo racconto, Svernamento, il protagonista è un vecchio geologo che si trova a confrontarsi con l'ascesa ad un ghiacciaio, per concludere un tratto della vita iniziato molti anni prima. La preparazione a questa giornata è preceduta da accenni di appunti scritti in prima persona su un taccuino, vecchie storie incagliate tra i ghiacci della sua storia personale, come le navi che a cavallo tra due secoli cercavano un passaggio a Nord e spesso rimanevano intrappolate nella morsa artica per tutto l'inverno. È una vicenda di fatti assoluti: salire, lanciare le parole di tanti anni nel paesaggio, mancare il punto di risalita, provare dolore, aspettare l'alba. L'inverno, quel lungo inverno che è la vita, personale e politica, finisce così: nella luce.

Il secondo racconto, Primo Appennino, trasforma i luoghi di origine dell'autore nell'epopea di un riconoscibile Gilgamesh appenninico e del suo amico lungo l'era della guerra partigiana, scritta alla maniera di una tragedia greca. È l'unico racconto in cui sappiamo i nomi dei protagonisti, Enrico e Guglielmo. Soprattutto Enrico, l'anarchico, il selvatico, il buono. In una citazione altrove molto usata dall'autore, Leonardo da Vinci dice che "Salvatico è quel che si salva". Ma in questo caso Enrico, dopo lunghe peripezie, muore, accompagnato dallo strazio del coro. Questa morte equivale alla perdita del significato letterale ("Cos'è dietro? Cos'è tu?"), ma anche dell'orientamento ("Dov'è la vita, Gugliemo? Dov'è?"), e davanti a questo spaesamento tutto sembra dissolversi, nel "bianco sconfinato del piatto attorno al piccolo fagiolo della vita". C'è sempre un vecchio, in apertura e in chiusura della cornice all'epopea. Un vecchio sul letto di morte, o un vecchio ferito, perso nel bosco come un cervo sfuggito a chi lo bracca, da cui nasce il racconto, o la visione. La visione e il racconto, dunque, su un crinale fra il tutto e il nulla, senza possibilità di soluzione metafisica. Non c'è mai nemmeno l'ipotesi lontana di un deus ex machina che rimetta a posto le cose.



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