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ISLAM/ Erdogan e il sogno proibito del nuovo califfato

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Stimati tra il 15 e il 20 per cento del mondo musulmano, gli sciiti sono più del 90 per cento in Iran e la maggioranza in Bahrein e in Iraq, con forti minoranze in Yemen e Libano, stimate attorno al 40 per cento, e forti presenze in Siria e nelle stesse Arabia Saudita e Turchia.  

Iraq e Siria sono attraversate da queste due "faglie", etnica e religiosa, data la presenza nei due Stati di arabi e non arabi, come i curdi indoeuropei, e di sciiti e sunniti. Ciò rende difficile una loro ricostituzione come Stati unitari, creazioni d'altro canto delle potenze occidentali dopo il collasso dell'impero ottomano. Restano quindi tre Stati con palesi pretese di egemonia nella regione: le sunnite Arabia Saudita e Turchia e lo sciita Iran, dato che Israele deve badare soprattutto alla sua esistenza e l'Egitto ha una posizione di cerniera tra Medio Oriente e Nord Africa.

L'obiettivo di Teheran potrebbe limitarsi, per così dire, alla cosiddetta "mezzaluna sciita", che unirebbe le zone a maggioranza sciita dallo stesso Iran allo Yemen, passando per Iraq, Siria, Libano e Bahrein. Sotto questo profilo si potrebbe ipotizzare una divisione di aree di influenza con la Turchia, cui andrebbero le aree sunnite, ma questa ipotesi si scontra con il ruolo di leader regionale cui l'Arabia Saudita non vuole rinunciare.

Si inserisce a questo punto un altro asse, che potremmo definire storico-religioso. La politica estera di Erdogan viene spesso definita neo ottomana, cioè tesa a riportare sotto influenza turca le regioni mediorientali un tempo sotto il dominio di Costantinopoli. Fino all'abolizione del califfato da parte di Kemal Atatűrk nel 1924, il sultano ottomano deteneva anche il titolo di califfo, riassumendo così in sé autorità politica e religiosa. Non è un caso che alla autoproclamazione del califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi (pseudonimo che unisce il primo califfo storico, appunto Abu Bakr, al periodo glorioso della dinastia abasside di Baghdad, quella delle Mille e una notte), in Turchia qualcuno abbia sottolineato che il califfato potrebbe risorgere solo lì. L'ambiguità di Erdogan verso l'Isis potrebbe trovare qui una delle ragioni: la sua futura sostituzione con un califfato turco storicamente legittimato.

Ipotesi probabilmente azzardata, ma che può preoccupare Riyadh, il cui ruolo leader nel mondo musulmano è fondato sulla custodia dei luoghi santi dell'islam, tali anche per gli sciiti. Obiettivamente, le distanze tra il wahabismo dominante in Arabia Saudita e l'islam dello stato islamico non sono molto ampie, ma il titolo di califfo avrebbe nel mondo sunnita una valenza più ampia di quello di custode dei luoghi santi.

In questo scontro, finiscono per essere  discriminate e perseguitate tutte le minoranze, religiose o etniche, e in particolare i cristiani vengono visti come corpi estranei dalle varie fazioni, pur essendo i veri autoctoni della regione, insieme a ebrei e zoroastriani. La più grande minoranza etnica in lotta rimane quella curda, stimata tra i 20 e i 30 milioni di persone, divisa tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, protagonisti della resistenza all'Isis ma in lotta con la Turchia. Un popolo che sembra riassumere in sé tutte le "faglie" della regione.



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