BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ La "morale" di Berlinguer e i fondi neri dell'Urss al Pci

Pubblicazione:

Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web)  Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web)

La lotta all'interno del partito, che può essere sintetizzata nella contrapposizione, a periodi, tra le posizioni di Enrico Berlinguer, il segretario predestinato, e Giorgio Napolitano, l'erede, spesso ondivago in materia di fedeltà, di Giorgio Amendola (che ogni tanto deve difendersi da solo con grandi testimonianze), diventa un "coperta ideologica" confusa, che prima registra una grande espansione elettorale, poi un lento declino che sembra ritmato con i tempi dell'implosione sovietica, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa dell'Urss.

Nel racconto documentatissimo di Finetti, tutta la vicenda di Enrico Berlinguer è contrassegnata da posizioni politiche di incertezza e spesso di anacronismo. Le tappe seguite dal nuovo segretario, dal compromesso storico alla politica di solidarietà nazionale, a quella dell'alternanza, a quella del partito "perno" e poi del partito nuovo, assomigliano ai tentativi di un leader quasi "disperato", anche se non poco rancoroso, che non riesce più a raccapezzarsi con una crisi storica che vede avanzare inesorabilmente.

Quando Berlinguer, il 28 luglio 1981, consegna la sua intervista a Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, sulla "questione morale" e sulla "diversità comunista", è come se toccasse l'ultima spiaggia di una storia che è già ampiamente conclusa. Ma da quel momento Berlinguer sembra solo animato da uno spirito di rivincita. Purtroppo non si rende pienamente conto di quello che sta avvenendo in Urss e nel mondo. Non si rende soprattutto conto di quello che semina in Italia, contrapponendosi a una svolta laica e liberalsocialista, ma infilandosi in un sostanziale accordo con una Dc demitiana tutta spostata a sinistra e un Pri spadoliniano che vive tra rigore economico, atlantismo e nostalgie azioniste che non hanno mai fatto le fortune italiane.

L'eredità berlingueriana diventa a quel punto un miscuglio di moralismo e di sinistrismo di comodo, che si trasformerà inevitabilmente, dopo la caduta del comunismo, in un giustizialismo perverso e nella difesa anacronistica di una "diversità" che verrà formalmente esaltata e santificata, per opportunismo politico, ma sostanzialmente dimenticata di fronte alla voglia di governo. Tutto questo lascerà per contraccolpo spazio a incursioni neoliberiste e a visioni di esaltazione delle stesse iniziative avventuristiche della finanza mondiale.

In fondo se esisteva una "doppiezza" togliattiana ai tempi della "democrazia progressiva" e nello stesso tempo dell'attesa rivoluzionaria, nell'ultimo periodo del Pci si fa strada una doppiezza di "diversità" e di "moralità" che convive con i "fondi neri" con cui il Pci si alimenta e convive in bilanci da fantascienza. Ci sono diverse branche di fondi neri, di "amministrazione straordinaria", anche quando è approvata la legge del finanziamento pubblico dei partiti.

Se qualcuno pensava che la "prima repubblica" doveva essere cancellata per le tangenti dei partiti democratici che erano impegnati nella guerra fredda e nell'opera di destabilizzazione contro l'Italia, doveva proprio soffrire di strabismo.

I fautori della "questione morale" e della diversità non sapevano come fare per far tornare i conti di bilanci truccati, "sporchi", con l'aiuto di entrate straordinarie che avrebbero fatto impallidire qualsiasi ragionevole ragioniere.

Su tutto questo, naturalmente, è calato da sempre un silenzio che è inquietante, fuorviante sul piano storico. Per fortuna che c'è un Finetti che scrive e una casa editrice che pubblica. A futura memoria.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.