BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Rosario Livatino, martire civile o cristiano?

Pubblicazione:

Rosario Livatino (1952-1990)  Rosario Livatino (1952-1990)

Il riconoscimento di un miracolo operato in favore della signora Elena Canale Valdetara nulla aggiunge al giudizio sulla sua persona e sul valore del suo sacrificio, che lo pone a giudizio di molti allo stesso livello di quello di don Pino Puglisi (settembre 1992) o di don Peppino Diana (marzo 1994).

Il sacrificio della vita di queste tre persone ha fatto emergere la questione del rapporto tra martirio civile e martirio cristiano, cui sottende la questione fondamentale del dibattuto tema dei «martiri per la giustizia» e dei «martiri per il sud». In altre parole: che hanno da spartire i testimoni della fede cui abbiamo fatto riferimento con gli eroi della società civile?  

Per comprendere l'importanza e l'origine di tale dibattito bisogna tornare a quanto accaduto nel 1982, allorché il papa polacco additò in san Massimiliano Kolbe un «martire dell'amore» più e prima ancora che della fede. L'Osservatore Romano, il 7 ottobre 1982, proprio in riferimento a Kolbe con un articolo non firmato — e appunto per questo, secondo qualche commentatore, ancor più autorevole — consegnò ai teologi l'impegno di ridisegnare «il profilo esatto del martirio moderno», per giustificare la scelta del pontefice, necessaria per mettere i cristiani del nostro tempo nella condizione di riprendere in considerazione «con coscienza e coerenza la piena attualità del martirio». Da qui, negli anni successivi, prese forma una martirologia "inclusiva", nella quale sono rientrati, secondo le indicazioni dello stesso Giovanni Paolo II, quelli che di volta in volta egli ha chiamato «martiri della carità», «martiri della pace», «martiri dell'ateismo» e, proprio in riferimento al sacrificio di uomini del Sud Italia come Livatino, Puglisi e Diana, «martiri della giustizia». 

"Si tratta — ha scritto il teologo don Massimo Naro — di nuovi tipi di martiri e di martirii che sono soltanto 'indirettamente' riconducibili al motivo classico della fede professata dalla vittima e osteggiata dai carnefici, ma che lasciano intuire efficacemente la circolarità teologale — con l'amore e con la speranza — in cui la fede stessa viene così vissuta più che semplicemente proclamata … dando luogo a tutta una serie di concrete azioni di giustizia che in certi contesti risultano, per chi non vive di Cristo, delle insopportabili e imperdonabili provocazioni e costituiscono l'intenzione radicale e il motivo fondamentale della martiría, di chi testimonia — fino a patire la morte — la propria fedeltà a Cristo".

Salvaguardare la distinzione tra martirio civile e martirio cristiano senza esasperarla è, tuttavia, difficile. Per riuscirci bisogna ricomprendere il senso del martirio cristiano nel quadro della moderna secolarizzazione in terre come quella europea, ove la possibilità di essere uccisi a causa delle proprie convinzioni religiose è ritenuta dai più altamente improbabile. Ed invece le vicende dei tre martiri prima citati mette in discussione tale convincimento, perché essi hanno dimostrato che anche nel nostro attuale contesto il martirio non cessa di essere possibile, ma anzi diventa "necessario" per continuare a segnare con tratti peculiari il volto del cristianesimo ecclesiale. Ciò che si rende urgente è allargarne il senso, senza inflazionarne la qualità, "dilatare l'identità dei martiri — come spiega ancora  Naro — considerandoli come coloro che, oltre a dare la vita per un ideale e persino per qualcuno, muoiono 'con' Qualcuno, venendo coinvolti nel martirio stesso di Cristo". 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >