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LETTURE/ Rosario Livatino, martire civile o cristiano?

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Rosario Livatino (1952-1990)  Rosario Livatino (1952-1990)

Questo dibattito, che si rese particolarmente vivo in occasione della beatificazione di don Pino Puglisi, la cui figura fu da tanti affiancata a quelle di Falcone e Borsellino ponendo al tempo stesso il problema di marcarne le differenze per smarcare l'identità dei martiri dal concetto del martirio, tende a distinguere debitamente il concetto dall'identità, la quale rispetto al primo ha un profilo certamente meno astratto, più marcato e radicale e, perciò, esistenzialmente più esigente. Questa nuova concezione del martire tende a dilatare la sua identità, superando la mera identificazione con un'idea e con un ideale, pur nobilissimi, per sottolineare ed evidenziare, sulla base di alcuni vissuti concreti, una teologia della testimonianza cristiana.

Questa testimonianza risulta evidente nel sacrificio di Rosario Livatino. Come ha gridato Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993, appare dunque chiaro che il martire cristiano non è soltanto chi dà la vita a motivo della fede, come il martire civile non è soltanto chi viene ucciso per la giustizia. Anche il martire cristiano, in fedeltà a Cristo, può morire per la giustizia. E anche il martire civile può ritrovarsi associato a Cristo. 

Nel caso di Livatino ha assunto evidenza e chiarezza una circostanza apparentemente marginale, risultata invece decisiva anche nel processo di beatificazione in corso. Ci riferiamo alla sigla STD che fu ritrovata su tanti documenti in possesso del giudice e che all'inizio gli inquirenti scambiarono come una cifra per indicare un possibile mandante dell'omicidio. Si trattava più semplicemente della sigla «sub tutela Dei», la stessa con cui i magistrati durante il medioevo contrassegnavano le loro sentenze, affidandole al superiore giudizio divino.

Era il marchio che Livatino non solo imprimeva ai suoi scritti (per la prima volta lo si trova nella sua tesi di laurea), ma attraverso essi a tutta la sua vita. Per comprendere questa sigla, ha spiegato padre Giuseppe Livatino, che è il postulatore della causa di beatificazione, bisogna andare alla radice del verbo latino tueor, che esprime anche il concetto di sguardo. Ed era questo l'impegno di vita del giudice Livatino: far bene il giudice, non solo per le competenze indubbie che tutti gli riconoscevano, ma per lo sguardo di Dio sotto cui poneva ogni azione della sua vita.

Ciò che chiarisce meglio questo aspetto è il suo concetto di giustizia. Fermamente convinto del valore e dell'importanza dell'amministrazione della giustizia, riteneva sempre che l'ultima parola fosse poi quella della carità. Significativo in tal senso quanto scrisse il 18 luglio del 1978: "Ho prestato giuramento; da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l'educazione che i miei genitori mi hanno impartito esige". E' evidente che l'educazione cui faceva riferimento era quella cristiana. 

Più avanti negli anni in una conferenza scrisse: "Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell'amore verso la persona giudicata".  



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