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STORIA/ Strage di Bologna, chi ha sottovalutato la pista palestinese e perché?

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L'orologio della stazione Bologna segna l'ora esatta dello scoppio (Foto dal web)  L'orologio della stazione Bologna segna l'ora esatta dello scoppio (Foto dal web)

Altra cosa è dire che tali indizi siano convincenti. La loro scarsa persuasività, insieme a molti altri aspetti cruciali, è stata messa in luce di recente anche dallo storico Vladimiro Satta (I nemici della Repubblica, Rizzoli, 2016, pp. 684-694). 

All'eccessivo rilievo dato alla dichiarazione (resa più volte e mai in maniera lineare) di Sparti corrisponde un'altrettanto eccessiva sottovalutazione del ruolo di uno che a Bologna quel giorno certamente c'era davvero. Mi riferisco al capo del gruppo terroristico tedesco Cellule rivoluzionarie, Thomas Kram.

Egli era legato al gruppo eversivo Separat (fondato dal venezuelano Illich Ramirez Sanchez, "Carlos", con uomini spesso provenienti dalle file delle stesse Cellule rivoluzionarie). A sua volta entrambe le due organizzazioni avevano collaborato col Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e, almeno una di esse, col governo libico al tempo del colonnello Gheddafi.

Il Fplp a Bologna ebbe un proprio esponente (legato a un dirigente di primo piano del Fronte, George Habbasch), Abu Saleh Anzeh. A lui venne affidata la responsabilità per l'Europa della fornitura delle armi e della formazione di cellule militari. E poté fruire della copertura e dell'aiuto, oltreché di Habbasch, di un dirigente del Sid (e Sismi) come il col. Stefano Giovannone, un uomo di Aldo Moro dislocato a Beirut.

Al momento dell'attentato alla stazione centrale Abu Saleh Anzeh si trovava in carcere. Il 25 gennaio 1980 era stato condannato — insieme a tre esponenti dell'Autonomia romana di Via dei Volsci — per il trasporto di due missili Sa-7 (Strela-2). Di fabbricazione sovietica, vennero sbarcati (secondo la tesi dell'accusa) nel porto di Ortona da una nave che batteva bandiera libanese. 

Fu, questo, il primo episodio dell'incrinatura del cosiddetto "lodo Moro" messo a punto dopo l'attentato all'aeroporto di Fiumicino dei primi anni Settanta per tenere lontano il nostro paese dal teatro del conflitto armato tra Israele e Olp.

Il 1° agosto 1980 il dirigente delle Cellule rivoluzionarie, Kram, a lungo indagato dalla polizia tedesca per attività sovversiva e  terroristica, venne fermato, interrogato e perquisito presso la frontiera italiana a Chiasso. Aveva un biglietto per Milano, era diretto a Firenze, ma — senza alcuna particolare motivazione — si fermò a Bologna, dove era stato precedentemente. Passò la notte tra l'1 e il 2 agosto, presso l'Hotel Centrale, in Via della Zecca.

La sua pericolosità non era scemata nel tempo. Come ho dimostrato in un  saggio pubblicato su "Nuova Storia Contemporanea" (2011, n. 6) la polizia tedesca lo segnala costantemente a quella italiana. Addirittura qualche settimana prima e dopo l'effettuazione della strage del 2 agosto 1980.

Non sappiamo se qualche uomo dei servizi (tedeschi o italiani) abbia scortato o segnalato il viaggio di Kram perché venisse controllato o seguito. Sappiamo, però, che la mattina del 2 agosto, il terrorista tedesco assiste allo spettacolo della stazione centrale in fumo e fiamme, sconvolta dal micidiale attentato dinamitardo subìto, e si dilegua. Non si sa con quali mezzi lo abbia fatto. 



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