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STORIA/ Lodo Moro, fuori le carte che provano il "tradimento" dell'Italia

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Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)  Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)

Io stesso alcuni anni fa ho interrogato il Copasir (nella persona di Massimo D'Alema e del suo successore) e il Dis (nella persona dell'ambasciatore Giampiero Massolo). Ahimè, la risposta è stata un pacioso silenzio oppure un sostanziale rifiuto paludato di formali pretesti.

Legato ad Aldo Moro, il col. Giovannone a Beirut ha avuto il compito di vigilare sulla sicurezza della nostra rete diplomatica in Medio Oriente. Nel corso di essa stabilì una serie di rapporti con le varie componenti dell'Olp che si riveleranno preziose anche dopo la sua scomparsa. Non è un caso che Moro lo evochi, chiedendo che venisse interrogato, quando i dirigenti della Dc e del Pci avevano deciso la linea della fermezza. Questo rifiuto del Pci e della Dc di trattare con le Brigate rosse era un comportamento legittimo. Invece, sostenere che i nostri governi avessero sempre evitato con i terroristi (a cominciare proprio dai palestinesi) scambi di prigionieri era una falsità plateale. 

Moro sia nella lettera a Flaminio Piccoli sia in una lettera alla Dc (prima citata) pubblicata sul quotidiano Il Messaggero, si preoccupò di evitare che si cambiassero le carte in tavola. Non era solo la consapevolezza che Andreotti e Zaccagnini, da un parte, insieme a Berlinguer e Pecchioli, e all'inviato del Dipartimento di Stato Usa Steve Pieczenik, dall'altra, lo volevano morto. Era anche il soprassalto di dignità di un leader politico che voleva consegnare alla storia la memoria fedele di com'erano andate le cose.

In altri termini, il cosiddetto lodo Moro ha avuto una sospensione con la (modica) condanna del rappresentante del Fplp Abu Saleh Anzeh (alla quale potrebbe essere seguita la strage della stazione di Bologna). 

I giudici di Bologna non ignorano che cosa implicava la cosiddetta "pista palestinese". Nella richiesta di archiviazione (n. 13225\11 RNR della Procura di Bologna), in data 30 luglio 2014 vengono citati stralci di un importante documento. Mi riferisco all'interrogatorio (ad opera del giudice veneziano Carlo Mastelloni) nel procedimento penale contro Abu Ayad ed altri, per il traffico di armi tra Olp e Br, in data 8 ottobre 1986, del vicedirettore della seconda divisione del Sismi (dal 1979 al 1981) ten. col. Silvio Di Napoli. E' opportuno tenere presente che egli era addetto a ricevere le informative da Beirut del capocentro Stefano Giovannone. Nella parte finale di tale interrogatorio il giudice Mastelloni mette a verbale, con propria grafia, questa dichiarazione dell'imputato Di Napoli: "Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l'informativa secondo cui il Fplp aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habash" (il leader politico del Fplp, ndr). 

Si trattava del preannuncio di una dura risposta contro l'Italia (addirittura col reclutamento dello stesso Carlos) per la condanna dell'esponente Abu Saleh Anzeh e dei dirigenti dell'Autonomia romana di Via dei Volsci. In sintesi, il Fplp non solo minaccia di farla pagare al governo italiano (per avere lasciato condannare un loro esponente munito dal lodo Moro di impunità). Fa di più. Annuncia, infatti, di avere preso contatti con Carlos e la sua organizzazione terroristica Separat. 



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COMMENTI
13/03/2016 - Una domanda (Giuseppe Crippa)

Ringrazio molto il prof. Sechi per questo accuratissimo e per certi versi coraggioso lavoro e mi permetto di chiedergli: “Non pensa che non fosse Bologna ma più probabilmente la stazione Termini a Roma (o forse semplicemente il treno in corsa) il posto designato dal terrorista Carlos per l’esplosione?”