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LETTURE/ Pavese secondo Ferrarotti, il laicismo è la "religione" peggiore

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Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)

È liberante, in questi tempi di minuscole dispute tra bande di ominicchi, sentir descrivere Pavese come «un laico che non cancella la religione come fatto sociale irrilevante né si crede un privilegiato particolarmente "illuminato" di fronte alla questione non tanto dell'esistenza o dell'inesistenza di Dio quanto del mistero di Dio, di questo rospo in gola che non va né su né giù». Dio non è un argomento di cui parlare, è un problema che brucia. Brucia come la certezza che «l'uomo non è un essere senza ragion d'essere. E avverte nel profondo un bisogno essenziale di immortalità». Chi ama lo sa bene: «Qui davvero vorrei credere in Dio per pregarlo. Che non muoia. Che non le accada nulla. Che tutto ciò sia un sogno. Che perduri un domani» (25 dicembre 1937).

Pavese vide finire la guerra, vide finire il fascismo, vide avverarsi i suoi obiettivi giovanili. Ma cosa ce ne facciamo? Vogliamo di più. A rispondere alla vita non sarà «il pane né il piacere né la cara salute» (Gli dèi). Non serve qualche particolare inclinazione mistica, perché «da sempre Pavese sapeva che tutto nasce dal basso, che il divino non va ricercato nelle alte sfere delle idee iperuranie, ma nella naturale esperienza quotidiana. In lui, il contadino langarolo vinceva sempre sull'intellettuale». Splendido. Vivere, basta «il mestiere di vivere», con le sue «umane incompiutezze», per rimettere l'uomo «di fronte al suo dolore e al suo mistero» (La selva). La sua opera è fin troppo chiara su questo: «il mondo, la vita in generale si valorizzano unicamente avendo l'animo a un'altra realtà, oltremondana. Diciamo, avendo l'animo a Dio. Possibile?» (5 aprile 1945). 

All'indomani del suo suicidio, mentre Il mestiere di vivere imbarazzava proprio il suo clan, don Luigi Giussani lo andava leggendo a lezione per documentare quell'insopprimibile esigenza di significato che chiamava "senso religioso". Ovviamente «i marxisti non potevano sopportarlo», perché asportavano «il senso del mistero. Il grido del Cristo in croce, preso nei tormenti dell'agonia — "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" — è una domanda estrema, umana, semplicemente e forse troppo umana, in cui si concentra la consapevolezza tragica di fronte alla morte, e destinata a restare senza risposta. Pavese non si dava per vinto». Ha sempre chiesto troppo, col disgusto per le risposte fabbricate in proprio. È stato uno scrittore riuscito, e proprio perché riuscito, anziché gloriarsi per il proprio lavoro ripagato, gli urgeva conoscere chi gli dava meraviglia e dolore: «Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare? Chi bestemmiare il giorno che tutto svanirà?» (20 novembre 1949). Bisogna stare coi grandi, in questi tempi meschini.

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