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LETTURE/ Pavese secondo Ferrarotti, il laicismo è la "religione" peggiore

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Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)

Tra i peggiori errori che può commettere chi legge un poeta c'è quello di tirarselo dove gli pare. Ma un genio rimane un genio, e non lo prendi mai. Anche a Cesare Pavese è capitato di essere timbrato da mille banalizzazioni, e liberarlo è sempre un gesto coraggioso. Al saggio di Franco Ferrarotti Al santuario con Pavese. Storia di un'amicizia, appena pubblicato da Edizioni Dehoniane Bologna, va il merito di raccontare la sua persona nel segno dell'insofferenza verso l'ambiente in cui è cresciuto: una cricca ossessionata dalle proprie convinzioni culturali e politiche, anticlericale fino all'insopportabile. «Ciò che forse non è stato capito dai contemporanei è che in Pavese — scrive Ferrarotti — era sempre presente e nel fondo, misteriosamente operante, un sentimento religioso che lo rendeva estraneo allo storicismo "laicistico" allora dominante e lo spingeva invece allo studio dei grandi miti»: un pugno nello stomaco a chi per decenni ha assimilato lo scrittore a quell'élite torinese da cui proveniva e in cui tuttavia non si sentì mai a suo agio. «Forse nessuno ha colto la distanza che Pavese faceva valere, nel pieno della sua indicibile angoscia, in riferimento all'"allegro" Calvino, un aggettivo che, nel suo linguaggio, equivaleva a una pugnalata». Allegro infatti è chi, troppo preso dal suo fare, non sa che farsene dell'irrimediabile incompiutezza dell'esistenza: «Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t'interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?» (Il mestiere di vivere, 17 agosto 1950). 

Si è continuato a sproloquiare sull'impegno e sulla resistenza, sulla cultura e sull'azione, nel tentativo sempre più rumoroso di spegnere il valore supremo di «ciò che ogni uomo ha sperato e patito» (Gli dèi). Ma già sono cinquant'anni da quando proprio l'«"allegro Calvino"» l'aveva detta tutta: «Pavese non si capirà fin che non si vedrà che egli è definito sì dall'appartenere a quel clima, ma in opposizione ad esso». Che poi è il clima che ha permeato il nostro modo di pensare. Risolvere la vita in un orizzonte solo umano è troppo poco, però, per chi vive davvero, e tanto Pavese fu estraneo a quel laicismo che tra i suoi amici era invece religione che Ferrarotti ricorda «il suo a-marxismo, convinto che Marx avesse scritto il Capitale per persone che non erano mai state bambini. Ma di qui anche il rospo del mistero del divino, il bisogno di una trascendenza capace di dare valore alla miserabile, nuda, inerme e insignificante datità del pratico-inerte in cui gli uomini vivono immersi, disperati e nello stesso tempo anelanti verso un "totalmente altro"». Disperati, sì, con la sincerità di chi è trafitto dalla «fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d'ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d'estate», e al tempo stesso indomabili, per questo «fastidio e scontento» (Le Muse) che tormenta tutti i geni e in fondo tutti gli uomini. Del resto, aveva ragione Flannery O' Connor a dire che «se la vita ci soddisfacesse, fare letteratura non avrebbe nessun senso».



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