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LETTURE/ Tramonto della rivoluzione? Ecco perché il mondo ha bisogno del papa

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Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)  Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)

La proiezione verso il nuovo era sempre innestata sul tronco del rapporto con le radici. I "moderni" traevano la loro energia creativa dal dialogo con i giganti antichi, con la loro cultura e la loro etica. Si inerpicavano sulle loro solide spalle come nani, e solo così riuscivano a vedere più largamente intorno, imparavano a superare gli ostacoli e trovavano la strada per dominare il futuro.

Ma la cosa sostanziale è ora mettere in luce che il "potenziale rivoluzionario" di cui parla Prodi non è tanto la fantastica febbre di sviluppo economico-sociale, riscaldata dai fermenti dell'utopia politico-giuridica degli ultimi due secoli post-illuministi. Queste sono state solo le ultime accelerazioni di una capacità di continuo rimodellamento dell'esistente che, secondo Prodi, affonda la sua matrice primaria nelle fibre costitutive dell'Occidente, alle origini del volto più tipico del mondo moderno. Qui Prodi riprende le tesi del grande storico del diritto Harold Berman (Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale, Il Mulino, 1998), che a sua volta aveva rilanciato i punti di vista di Eugen Rosenstock-Huessy (Out of Revolution. Autobiography of Western Man, 1938).

L'idea di fondo è che la "rivoluzione" dell'Occidente cristiano sia da identificare con lo sprigionarsi del senso di autonomia del potere sacerdotale, incarnato in primo luogo nel crescente primato del papato romano in quanto centro di gravitazione della cristianità. La svolta determinante coinciderebbe con i conflitti che lo contrapposero all'Impero e alle potenze degli stati secolari, sulla via del decollo della loro "solidificazione" politica moderna, parallela e interdipendente rispetto a quella della struttura della Chiesa. Nell'ambito dell'ordine sociale edificato nel corso del Medioevo si andavano ramificando due ordinamenti che iniziavano a distinguersi in modo più netto e coesistevano entrando anche in competizione tra di loro. Il riflesso più esplicito del contrasto può essere riassunto nella spaccatura creata dalla "riforma gregoriana" con la lotta per le investiture (secoli XI-XIII): il sacerdotium rivendicava la sua supremazia nel governo interno della comunione dei fedeli e nella scelta delle sue autorità, sganciate dall'essere semplice prolungamento di un unico potere sacralizzato esteso all'intero mondo umano.

Anche su questo si può discutere e precisare. Resta suggestiva l'ipotesi che la "rivoluzione papale", riaprendo la tensione dialettica tra potere religioso e potere secolare, può essere vista, da una parte, come la rivincita inesorabile del dualismo neotestamentario e patristico-agostiniano delle origini cristiane, che aveva difeso i diritti di Dio in antagonismo con la pretesa di monopolio totalizzante dell'antico Cesare pagano. Dall'altro lato, ed è forse il fatto storicamente più fertile, il nuovo genere di conflitto tra sacerdozio e potere "cristiano" ha minato alle radici ogni pretesa di monismo che, per eccesso di unificazione in senso politico-religioso, annullava la distinzione tra le due città e portava a fare della Chiesa un tutt'uno con il cosmo umano. La norma cristiana rimase a lungo la regola di una legge civile inglobante. Sull'ordine dei peccati si fissò lo schema delle colpe perseguite dalla giustizia del Principe, ma sulla commistione dei "due fori" si distese l'ombra di un principio almeno vago di concorrenza.



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