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LETTURE/ Tramonto della rivoluzione? Ecco perché il mondo ha bisogno del papa

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Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)  Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)

Questo significa che già secoli prima dell'approdo al dualismo liberale tra Stato e Chiesa, nel cuore della stesso organicismo cristiano dell'ultimo Medioevo, il cosiddetto modello "costantiniano" allo stato puro era stato superato dalla storia. Si era inoculato il germe di una volontà di recupero della diversità, della specificità e, in ultima analisi, della libertà dall'ordine politico mondano dell'elemento religioso/ecclesiale. Con linguaggio ratzingeriano (e Prodi riprende più volte Ratzinger) si potrebbe dire che già nella cornice della cristianizzazione medievale si è ricreato lo spazio per un "bilanciamento dualistico", estremamente fecondo, tra le due sfere della vita collettiva e i loro rispettivi poteri. Non si avallava nessunissimo regime di separazione. Ma contro le pretese di invadenza di un potere monolitico esposto al rischio di rendersi onnipotente, divinizzato, sul terreno della coscienza profonda dell'Occidente cristiano (solo qui, prima e più che nelle altre tradizioni di civiltà religiosa) si sono cominciati a innalzare argini robusti di difesa, introducendo forme di contrappeso riequilibratore. Si è risvegliato il senso di un pluralismo di livelli, di ordini di autorità e di mondi giuridici non coincidenti. E tutto questo ha consentito un lungo cammino di crescita fondato sulla negoziazione, sul contratto reciproco, sulla costruzione di sistemi di garanzia e di tutele incrociate, di cui ha beneficiato, alla lunga, l'io della persona individuale.

Ovviamente, il primo abbozzo non era ancora la pianta completa delle libertà del più maturo mondo moderno. Quello può essere visto solo come un lontano inizio: è ciò che ha reso possibile e poi nutrito il confronto, anche agguerrito, tra impalcature istituzionali stratificate e molteplici di gestione della vita degli uomini. Ne è derivata una dialettica che ha trascinato con sé tutte le ondulazioni di una storia laboriosa e contorta, a molte facce: con momenti di attenuazione del senso della diversità, fasi di distacco, riavvicinamenti e nuovi aspri conflitti. Dentro questa storia di continui bilanciamenti pendolari stanno le tendenze teocratiche del papato tardomedievale e i cesaropapismi degli stati protomoderni. Li intaccò il principio confessionale del cuius regioche, da metà Cinquecento, spinse a identificare religione del principe e religione dei sudditi, innescando, in senso opposto, i conflitti di giurisdizione accesi dall'attrito fra trono e altare. Alle dottrine antimachiavelliche del "principe cristiano" risposero, più avanti, l'offensiva riformatrice e le politiche di soppressione degli stati assolutisti, poi giacobini e napoleonici, al crepuscolo dell'Antico Regime.

La modernità è cresciuta sulla base di questa impossibile reductio ad unum di ciò che, d'altra parte, non poteva restare scisso in due storie completamente separate. Chiesa e società si integravano senza sosta, rischiando di appiattirsi l'una sull'altra. Ma nello stesso tempo si respingevano come due poli del medesimo campo di forze. Le teorie seicentesche sulla potestas indirecta della Chiesa nella sfera temporale, bilanciata dalla rivendicazione della sua libertas, sono l'anticipo teologico della lotta che ingaggeranno, nel secolo dei Lumi, i poteri secolari per riportare la Chiesa e la "Repubblica" ognuna dentro i propri "limiti". 



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