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LETTURE/ Tramonto della rivoluzione? Ecco perché il mondo ha bisogno del papa

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Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)  Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)

Le animate discussioni di questi ultimi mesi sul disciplinamento legislativo della morale pubblica hanno fatto emergere la necessità di ridefinire i rapporti che legano esperienza religiosa, difesa dei valori e governo della società. Un rapporto, questo è ovvio, deve esistere. Ma si tratta di capire quale può essere, oggi, la sua fisionomia. Antiche certezze consolidate vacillano paurosamente. Si profila la necessità di correggere anche profondamente schemi di pensiero e di azione diventati ormai inadeguati. Occorre un lavoro coraggioso di verifica, in vista di una nuova ripartenza.

Lungo questo cammino, sarà saggia regola di metodo lasciarsi aiutare da chi ci offre parole, idee e chiavi di lettura per illuminare il presente, individuando i nessi possibili con il miglior domani che sia sensato augurarsi. Anche guardare alla storia attraverso cui si è passati per arrivare allo stato odierno di crisi può offrire un contributo prezioso per ricentrare la coscienza di ciò che siamo e capire cosa siamo tenuti a fare nel contesto della società plurale del nostro Occidente sempre più intimamente secolarizzato, avviato su linee di sviluppo distorte rispetto a quello che potevamo immaginare come un bene comune valido per tutti. 

Una pista pregevole è stata tracciata da Paolo Prodi con la sua lunga attività di maestro degli studi storici dedicati alla genesi della modernità. Prodi è giunto a elaborare una visione di sintesi che ha trovato i suoi robusti punti di appoggio in opere come la monografia sulla "monarchia papale nella prima età moderna" (Il sovrano pontefice, 1982), nell'ambiziosa Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto (2000) e forse più ancora nel classico volume sulla storia del giuramento, accostato come uno dei pilastri portanti della "costituzione" profonda dell'intero universo medievale e moderno (Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell'Occidente, 1992). 

I frutti di questa intelligente strategia di approccio alla complessità di una storia che è da guardare "in grande", facendo leva sui processi di trasformazione più generali, si trovano ora brillantemente ricapitolati nel pamphlet pubblicato per i tipi de Il Mulino proprio nel corso dell'ultimo anno: Il tramonto della rivoluzione. Può essere una lettura molto istruttiva per chiunque desideri riflettere in modo serio sull'oscillazione plurisecolare dei rapporti tra Chiesa e società politica, con la forza sacrale del carisma religioso posta davanti alla "densità" ineliminabile del potere mondano, dotato dei suoi apparati di controllo e di norme costrittive.

Lo slogan esibito nel titolo del libro di Prodi discende da quella che può sembrare una forzatura paradossale: "Il problema fondamentale per la vita nostra e dei nostri figli è se l'Occidente conserva ancora il potenziale rivoluzionario che ha caratterizzato la sua storia nell'ultimo millennio". Si potrebbe commentare che lo spirito "rivoluzionario" si è in realtà intrecciato, almeno fino agli snodi storici della "crisi della coscienza europea" sette-ottocentesca, alla tutela dell'ordine ideale fondato sull'equilibrio delle forze scaturite dal seno della cristianità tradizionale. 



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