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LETTURE/ Christoph Menke, una "Critica dei diritti" che va presa sul serio

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Nel mistero della discesa all'inferno (oggetto di un altro mio recente articolo), Gesù sente tutta la forza distruttrice del mondo senza forma; prende addirittura su di sé le conseguenze del mondo senza forma. Mentre la concezione liberale del diritto semplicemente regola i diversi desideri del mondo senza forma, Cristo li trasforma dall'interno con una atto di radicale amore gratuito. Il cristiano ha come compito principale quello di testimoniare questo amore gratuito, non di fare battaglie perdutamente nostalgiche che non sono tra l'altro neppure efficaci, perché non tengono minimamente conto delle possibilità giuridiche oggi dominanti, e ancor meno, per ovvie ragioni, di quelle di Atene né di quelle di Roma.

Per chi tenta di comprendere l'essere come dono, nella modalità del "già e non ancora" come risposta allo "spirito dell'utopia" (intendo qui la riflessione di Ernst Bloch sul "non essere ancora dell'essere", che tanto ha affascinato la generazione del '68), senza per questo rinunciare ad una riflessione radicale sull'esistenza — all'autoriflessione, come la chiama Menke —, la lettura del suo libro è un vero arricchimento. 

La speranza cristiana consiste in un atto di sempre nuova sorpresa al cospetto della donazione dell'essere come amore, che intende il Donatore dell'essere come "interior intimo meo" (Agostino); la speranza nella concezione di Menke consiste in una trasformazione rivoluzionaria dei diritti (da soggettivistici a comunitari) e degli uomini (dell'uomo), capace di cambiare la società e farla diventare più umana. 

I punti di contatto, non solo le differenze, sono notevoli. Perché il cristianesimo, come sta mostrando papa Francesco nel mondo, ha davvero in sé una forza "rivoluzionaria", quella dell'ecclesia semper reformanda. L'unica rivoluzione ancora vivente dopo la delusione delle rivoluzioni del XX secolo, e che ha per nome la "contemporaneità di Cristo" (Julián Carrón) vivente oggi. Questa forza "rivoluzionaria" è libera da ogni ideologia, da ogni ingenuità di me "misura di tutte le cose", ma anche di noi "misura di tutte le cose" e in questo senso è più forte e più convincente della riflessione su una trasformazione della società basata sulla capacità dell'uomo. 

Questa capacità, per chi confida che Cristo cambi il mondo, è e rimane un esito ironico, anche nelle sue dimensioni più acute e sublimi. 



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COMMENTI
19/03/2016 - Menke (Cristina Ghezzi)

Grazie di questo articolo. L'analisi storica che hai fatto, partendo dal libro di Menke, è un aiuto importantissimo per non cedere al pensiero di coloro che oggi si sono - in un certo senso - indebitamente appropriati del cristianesimo, dandone una lettura ideologica e ridotta, allo scopo di giustificare progetti di cambiamento della società interessati e di inevitabile corto respiro. Quanto ci farebbe bene recuperare in tutta la sua ampiezza la percezione del cristianesimo come tentativo ironico, libero da ogni schiavitù di un esito e dalla preoccupazione assillante di assicurare alla Chiesa anzitutto una rilevanza sociale e politica! Ma forse è proprio la poca certezza in Cristo vincitore qui e ora che ci rende - particolarmente oggi - così propensi a risolvere tutto con le sole forze umane, soprattutto con le forze che si oppongono e abbattono invece di costruire con pazienza e fiducia nell'Amore gratuito....