BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Rentocchini, il poeta della periferia che sa "rivelare" il mondo

Pubblicazione:

Emilio Rentocchini 2014 (Foto di Kabir Yusuf Abukar, da Wikipedia)  Emilio Rentocchini 2014 (Foto di Kabir Yusuf Abukar, da Wikipedia)

L'anno nuovo ha portato alla poesia italiana un libro importante, che ha il grande merito di essere alto e al contempo accogliente per chiunque gli si avvicini, anche da profano.

Lingua madre raccoglie tutta la produzione poetica di Emilio Rentocchini in un volumetto elegante di 256 ottave (ciascuna ospitata sulla stessa pagina sia in dialetto sassolese che in italiano), curato con la consueta grazia da Incontri editrice. Chi già conosce l'opera intensa di questo poeta schivo e cordiale, che viene da quella fetta dell'Emilia stretta tra Modena e Reggio, l'ha accolto come una piccola festa, che permette di rileggere anche testi ormai introvabili da anni.

Non si tratta però, come segnala la precisa scelta filologica di non indicare la provenienza originale dei singoli componimenti, di una raccolta. Piuttosto, un denso corpo bilingue, che l'autore stesso traduce, o meglio volge all'italiano, come se ci tenesse a ripeterci le cose. Il ritmo concluso dell'ottava, dice lui, è un limite che ti permette di cercare la luce negli interstizi della lingua. Ma succede, vedendole e leggendole tutte così, le ottave, raccolte insieme come grani di un rosario laico, di accorgersi che la lingua prende un respiro lungo, e che la poesia diventa poema, come già nei tempi antichi da cui ha preso la sua misura. Un "poema concettuale", lo ha definito Manuel Cohen. 

Certo, non c'è parola che non sia attentamente cesellata, in questi piccoli mondi conclusi che, tutti insieme, valgono una cosmogonia. Perfino i numeri lo dicono (ai matematici non sfugge che 256 è la radice quadrata di 16, la misura dei versi di una pagina di ottave in dialetto e italiano). Certo si sente un pensiero fondo, che si nutre di Leopardi e Maria Callas, del vento sulla campagna e delle piastrelle degli stabilimenti, che si dilata in uno spazio stretto, ma in tempi lunghi (questa poesia non ha fretta, spesso nata come ritmo nella mente, prima di essere trascritta sulla pagina). Eppure l'atto del pensiero — del concepimento — porta in sé una carne di parole, in cui il pensiero prende forma e sapore.

Definire Rentocchini un dialettale (nell'accezione restrittiva che ci hanno passato) è troppo poco; questa lingua che si vorrebbe relegata alla periferia è una voce più profonda, che s'infila in verticale, piuttosto che galleggiare a macchia d'olio sulla superficie delle cose. Come quella di Jannacci, uno che il poeta ha amato ed ascoltato dalla prima ora, fra i fondamenti della sua formazione, insieme ai vecchi dischi di letture poetiche che il padre ascoltava da quando lui era bambino. La musica, una metonimia nascosta nelle parole in dialetto, tanto importante che invece non importa, a volte, neppure spezzare le parole, con enjambements che diventano fratture, perché invece resti unito ciò che deve. 



  PAG. SUCC. >