BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SHAKESPEARE/ Il piacere e il "terrore" di una poesia che svela l'anima

Pubblicazione:

Louis Coblitz, William Shakespeare (1847) (Immagine dal web)  Louis Coblitz, William Shakespeare (1847) (Immagine dal web)

Ma non riesco a dimenticare la franchezza di un mio collega universitario di Bologna, decenni or sono, il quale mi diceva che lui riusciva ad apprezzare il teatro shakespeariano essenzialmente nella sua azione e movimento; mentre la poesia verbale di Shakespeare, resa in italiano, gli restava alquanto distante. E continuo a pensare che il traduttore italiano ideale dei drammi shakespeariani sarebbe un impossibile incrocio di Torquato Tasso, Pietro Aretino e Giovanni Testori. 

E' già stato osservato peraltro (rivendicando l'intuizione di quel mio collega) che l'indebolimento di poesia che ha luogo in ogni traduzione di Shakespeare può essere compensato da "un recupero del testo teatrale nel suo aspetto drammaticamente primordiale" (Rebecca Mead, ancora nel New Yorker). 

Ovvero: c'è una lingua del teatro che necessariamente si identifica con singoli contesti nazionali; e poi c'è il linguaggio universale della rappresentazione teatrale. Del resto, come Dante ha incoraggiato generazioni di lettori angloamericani a studiare l'italiano, così Shakespeare potrebbe ben essere una grande occasione per  cominciare a studiare l'inglese, accanto ai  pur legittimi desideri di, per esempio, allargare il proprio business. E chissà che questo anniversario non serva da stimolo in tale senso. Ma, come dare un'idea dell'inglese di William Shakespeare? Una specifica esperienza può forse servire a questo scopo.

Un paio di mesi fa, a New York, ho avuto la ventura di ascoltare, nell'arco di una settimana, due diversi drammi in due diversi generi — il primo una tragedia, il secondo una commedia  — dello stesso drammaturgo elisabettiano, Thomas Middleton: uno di quegli autori che gli accademici spesso schedano, in maniera un po' irritante, come "minori", ma senza i quali Shakespeare sarebbe inconcepibile (e che con Shakespeare è probabile abbia occasionalmente collaborato). Come sempre, mi aveva colpito la raffinatezza linguistica del pubblico anglofono: voglio dire, la capacità degli spettatori di seguire senza cali di concentrazione i testi recitati nella loro versione integrale, senza "aggiornare" una sola parola; assorbendo tutti gli arcaismi, i barocchi giochi di parole, le giravolte vertiginose nel dialogo, il martellamento dei colpi di scena. In quelle serate, rincasando verso la mezzanotte nell'ambiente tutt'altro che rinascimentale della ferrovia metropolitana di Manhattan, avevo sentito con particolare forza la potenza e intensità della voce poetica di Shakespeare. La quale si faceva sentire, per così dire, a fortiori: tralucendo, cioè, nella voce di un altro drammaturgo (Middleton, appunto) — e inoltre attraverso la pronunzia statunitense, così diversa dall'asciuttezza tagliente della dizione britannica. 

Sembrava insomma che l'eco del suono profondo (mentale più che fisico) dell'inglese, in tutta la sua forza ed eleganza, si percepisse  al di là delle conversazioni espressivamente povere di noi viaggiatori metropolitani. E lo strascico, per così dire, di quello scintillìo elisabettiano rivelava quanto antica fosse la genealogia perfino di quelle scritte pubblicitarie abbastanza banali che si leggono nei riquadri lungo le pareti di tutte le carrozze della metropolitana. Cioè: il teatro shakespeariano mostra tra l'altro come l'energia inesauribile dell'inglese nei giochi di parole abbia la sua origine nella sua grande letteratura cinque-secentesca. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >