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SHAKESPEARE/ Il piacere e il "terrore" di una poesia che svela l'anima

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Louis Coblitz, William Shakespeare (1847) (Immagine dal web)  Louis Coblitz, William Shakespeare (1847) (Immagine dal web)

William Shakespeare, a quattrocento anni dalla sua morte. Rendere omaggio al genio — in qualunque ambito esso si manifesti — significa prima di tutto, in una cultura artistica matura, attribuirgli il più grande degli omaggi: quello della critica. Ma non necessariamente quello della critica come lavorìo accademico — che, anche se innegabilmente utile, può avere un effetto alquanto agiografico (si potrebbe dire in effetti che, nella nostra epoca di agnosticismo generalizzato, la descrizione venerante delle bellezze nell'opera di un genio artistico sia divenuta l'equivalente laico delle antiche vite dei santi).

L'"omaggio" di cui parlo è quello che rima con "coraggio": il coraggio di dichiarare (e argomentare) una combinazione di assenso e dissenso, un'alternanza di momenti di adesione appassionata con momenti di rifiuto. 

Pare, per esempio, che il critico più maestoso nella storia letteraria inglese, Samuel Johnson, fosse sconvolto da alcuni aspetti della tragedia shakespeariana del Re Lear. E al contrario Simone Weil, la grande pensatrice e mistica francese del Novecento, dichiara senza sfumature che tutto il teatro shakespeariano è di second'ordine, eccezion fatta per il Re Lear. Che  queste siano opinioni di interesse ormai storico (e che il sottoscritto sia nettamente in disaccordo con entrambe) non ha particolare importanza. Ciò che è significativo è il gesto in sé, come manifestazione di coraggio critico: queste e simili reazioni restano degne dell'attributo di "critiche" (e non dell'etichetta un po' spregiativa di "impressionistiche") perché, al di là di ogni storicismo, esse hanno un valore per così dire ontologico: possono a loro modo rivelarci qualcosa, sulla natura della letteratura e in particolare della poesia.

"Una delle qualità che definiscono l'arte — scrive un critico saggista (Richard Brody nel New Yorker) — è la sua implacabilità: la sua rappresentazione di emozioni pericolose e violente, la sua ardente inclinazione per — e perfino la sua incarnazione di — il negativo, il distruttivo, il ripugnante. L'arte è un luogo di altissimo pericolo; mette a rischio l'anima dell'artista non meno che l'anima del lettore o ascoltatore o spettatore". Rendere omaggio a Shakespeare, dunque, vuol dire anche riconoscere la pericolosità della sua arte. Ma non in un antiquato senso repressivo per cui i versi di Shakespeare sarebbero pericolosi per la nostra sanità morale, cioè moralistica; bensì nel senso in cui i suoi versi, come tutta la grande poesia, ci pongono faccia a faccia con noi stessi, ci spingono a scavare dentro di noi, in quella zona profonda dove svanisce il moralismo e affiora l'etica. 

In che misura tutto ciò — questo piacere e terrore della poesia shakespeariana (se posso variare la formula aristotelica della pietà e terrore) — è percepibile nello Shakespeare tradotto in italiano? La storia della traduzioni italiane di Shakespeare è lunga e illustre, e il lettore italiano d'oggi dispone di riferimenti più che adeguati. 



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