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LA PROVVIDENZA ROSSA/ Così il Pci depistò la polizia sul delitto della fioraia

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Milano, anni di piombo (Foto dal web)  Milano, anni di piombo (Foto dal web)

Si muove bene l'apparato comunista, persino con squadrette di "spie". Gli uomini di questo grande apparato di partito hanno entrature in quasi tutti gli angoli della società milanese, dalle cooperative ai sindacati, dai simpatizzanti ai vecchi partigiani che gravitano sempre intorno al partito.

Festa descrive una Milano d'epoca in modo magistrale, dove anche i comunisti, pur animati da una grande idealità, si sono mescolati o hanno contatti con personaggi di ogni risma: quelli del racket dei fiori, della "banda" del Cimitero Monumentale, delle scommesse clandestine alle corse dei cavalli, dei "calabresi" che imprestano soldi, del giro delle prostitute, "squillo", da night e di strada (escort allora non era una parola di moda), persino dei costruttori di box. Mentre la polizia indaga "in tutte le direzioni", l'apparato del partito che, come una grande chiesa laica, presiede alla morale e allo scopo del suo popolo, arriva alla verità e alle soluzioni per salvare gli obiettivi e l'onorabilità dei comunisti.

In definitiva si arriverà a una "doppia verità", perché la polizia dubita anche delle sue conclusioni e capisce che c'è qualcuno che ha indagato presto e meglio, prima di tutti, operando i necessari depistaggi. Il racconto di Festa diventa in questo modo una grande metafora di un periodo in cui la "doppia verità" era inevitabile. In fondo, per raggiungere uno scopo ideale, è necessario avere realismo, freddezza, ma anche qualche chilo di cinismo e dell'antica arte della dissimulazione? E' un dubbio che ci accompagna in questi anni, nello sfarinamento generale di ogni idealità politica e di fronte solo alla sola ottusa ideologia iperconformistica sopravvissuta, quella del mercato con la "mano invisibile" che produce solo diseguaglianze paurose, impoverimento e crisi che durano anni.

Ma lasciando a parte questo messaggio che il libro comunica al sottoscritto, bisogna aggiungere il ritmo incalzante del racconto, la bellezza delle scrittura, figlia dell'ambientazione milanese di un certo periodo storico, quella "contaminata", in tanti ragazzi dell'epoca, dalle letture di John Le Carré, degli americani Dashiell Hammett e Raymond Chandler (un personaggio si chiama Canino come ne Il grande sonno di Chandler), dai grandi film di grande scuola italiana, francese, americana e inglese.

La provvidenza rossa di Lodovico Festa è in fondo il prodotto di una generazione che ha vissuto bene, che ha maturato grandi speranze di cambiamento, ma che alla fine è rimasta delusa rispetto all'impegno umano profuso. E' in più un romanzo a suo modo innovativo, che, ad esempio, chi scrive queste note ha letto volentieri e rileggerà, dopo aver ammirato degli italiani moderni il solo Leonardo Sciascia. E dei giallisti italiani, proprio nessuno: il commissario Montalbano, a parere del sottoscritto, fa venire il "latte alle ginocchia", come si diceva un tempo a Milano.

La grande metafora di Festa, alla fine, non è solo la riscoperta di un mondo passato, è pure una positiva novità letteraria italiana, in un panorama dove di solito arrivano i commenti del grande "club dei mediocri", che pure costruiscono bestseller e li fanno vendere attraverso i canali privilegiati della propaganda televisiva e di quella giornalistica. Potenza della nuova sinistra, postcomunista e anche postintelligente.



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COMMENTI
23/03/2016 - Altro detto milanese (Giuseppe Crippa)

Sono d’accordissimo con Da Rold, anzi dirò di più: il commissario Montalbano è “nuius comme la pissa di gatt” (noioso come la pipì dei gatti)!