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LETTURE/ Giovanni Damasceno, un dottore della Chiesa alla "corte" del califfo

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Interno della moschea degli Omayyadi a Damasco, ora gravemente danneggiata (Foto Wikipedia)  Interno della moschea degli Omayyadi a Damasco, ora gravemente danneggiata (Foto Wikipedia)

Nel periodo in cui vive il Damasceno stava per scoppiare una delle più accese dispute che avrebbero lacerato la Chiesa orientale, la "questione iconoclasta". Il dibattito sull'ammissibilità o meno delle immagini sacre aveva percorso il cristianesimo fin dai primi secoli: tesi contrarie alla diffusione delle immagini erano state sostenute anche da insigni personalità del cristianesimo, e persino da Papi, ma la cosa non era mai uscita dall'ambito di una discussione abbastanza serena. La polemica divampa nell'VIII secolo per una serie di cause concomitanti: la diffusione nelle regioni orientali di correnti eretiche che fanno della guerra alle immagini sacre un obiettivo d'importanza capitale, la presenza di vescovi che appoggiano questa dottrina e l'influsso dell'islam, che vieta ogni forma di rappresentazione di esseri viventi. Nella polemica interviene con mano pesante l'imperatore bizantino Leone III, che con una serie di divieti proibisce per legge diffusione e culto delle icone.

Non sempre la politica di Bisanzio si ispira a principi di correttezza: spesso preferisce le macchinazioni sotterranee. Il Damasceno, personaggio in vista e schierato in favore del culto delle immagini, finì per diventare l'incolpevole vittima di uno di questi intrighi: pare che Leone III avrebbe fatto pervenire per vie riservate al Califfo la falsa notizia di un progettato attacco a Damasco in cui era implicato il Damasceno. Questi non riuscì a difendersi dalle accuse, e il Califfo ordinò che fosse allontanato dalla corte e che gli fosse amputata la mano destra. Sembra che in seguito il Califfo, convintosi delle falsità delle accuse, volesse tornare sulla sua decisione e invitasse Giovanni a rientrare a corte, ottenendone però un rifiuto, perché questi aveva ormai scelto la vita monastica. Ritiratosi nella lavra di San Saba (presso Gerusalemme), fu ordinato prete in età avanzata (nel 735) e passò la seconda parte della sua vita nel raccoglimento e nello studio.

Tra le sue opere teologiche si segnala in particolare la Fonte della conoscenza, che è in realtà la raccolta di tre lavori, i Capitoli filosofici, il saggio Sulle eresie e il libro Sulla fede ortodossa. L'ultima parte è una vera e propria summa theologica, che raccoglie e sintetizza la dottrina cristiana e avrà un influsso notevole nei secoli successivi, sia nell'oriente greco sia nella scolastica latina, che poté apprezzare l'opera del Damasceno attraverso la traduzione severa e strettamente letterale del giurista pisano Burgundione. Alcuni studiosi moderni hanno ravvisato in queste opere una scarsa originalità: in molti casi il Damasceno si rifà a fonti precedenti che vengono citate alla lettera (senza virgolettature, cosa che ai nostri giorni appare colpa grave, ma allora non lo era!): ma il compito che il Damasceno si propone è quello di fare chiarezza e sintesi in un momento difficile in cui dottrine estranee sembrano insinuarsi, dall'interno e dall'esterno, nell'ambito ecclesiale. 



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