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LETTURE/ Giovanni Damasceno, un dottore della Chiesa alla "corte" del califfo

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Interno della moschea degli Omayyadi a Damasco, ora gravemente danneggiata (Foto Wikipedia)  Interno della moschea degli Omayyadi a Damasco, ora gravemente danneggiata (Foto Wikipedia)

La sua posizione a favore del culto delle immagini è insieme equilibrata e prudente, e mostra il carattere realista del cristianesimo, che sempre ama la visibilità e la concretezza: il cristianesimo è la religione del Dio che ha assunto la carne e si è fatto uomo, e immagini e reliquie non sono da adorare come valori in sé, ma rappresentano un richiamo palpabile alla storia della salvezza. Per usare le parole dello stesso Damasceno: «In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza» (Contra imaginum calumniatores, I, 16). Come ci insegna Benedetto XVI, che alla figura di Giovanni Damasceno dedicò una bellissima catechesi il 6 maggio 2009, «in collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei 'morti'».

Negli inni e nelle omelie Giovanni Damasceno ci presenta tratti ancora diversi. In particolare alcune omelie mariane (sulla festa dell'Annunciazione e della Dormizione) ci rivelano nell'autore uno studioso che si accosta al mistero con affetto e partecipazione: sappiamo dalle fonti antiche che il Damasceno ebbe sempre una devozione speciale per Maria, da cui, secondo una pia leggenda tramandata da fonti antiche, avrebbe anche ottenuto la miracolosa ricrescita della mano amputata.

Le notizie sulla vita di Giovanni sono piuttosto tarde e non sempre affidabili. Pochi anni dopo la morte le sue opere in difesa delle immagini furono scomunicate dal Concilio iconoclasta di Hieria. Ma una trentina di anni dopo il concilio ecumenico di Nicea ne riabilitò completamente la memoria. La biografia più antica, opera di Giovanni di Gerusalemme (XI secolo), è in realtà la traduzione di un precedente testo scritto in arabo da un monaco Michele. L'interesse per il Damasceno dunque è vivo anche in ambiente arabo. Del resto, il suo discepolo e continuatore Teodoro Abu Qurrah, vescovo di Carre (in Mesopotamia), scrive un trattato in arabo in difesa delle immagini sacre.

I confini della comprensione (o addirittura della simpatia) fra mondo cristiano e mondo arabo-islamico sono talora più sfumati di quanto potrebbe apparire a prima vista, e i contatti quotidiani e la presenza negli ambienti della corte del Califfo lasciano presupporre un atteggiamento di serena apertura nei confronti dell'islam da parte del Damasceno. Ma i capitoli finali del trattato Sulle Eresie mostrano con quale chiarezza di giudizio questi si ponga di fronte all'islam. Mentre a tutte le altre eresie del passato e del presente viene dedicato un breve capitolo, alla "eresia Ismailita" viene dedicato uno spazio ben più ampio, con citazioni dal Corano, puntuale discussione di aspetti dottrinali e sottolineature delle differenze che intercorrono fra il Corano la Bibbia. L'appartenenza familiare (l'iconografia antica rappresenta il santo con la testa coperta da un turbante) e anni di collaborazione coi dignitari islamici non impediscono al Damasceno di affermare in modo equilibrato, ma intenso e vigoroso, la propria identità cristiana.



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