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LETTURE/ Michelangelo: se la grazia non si merita, perché "fare"?

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Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)  Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)

Pochi uomini, in effetti, hanno dato voce, come Michelangelo nelle lettere ai famigliari e agli amici, a una tale fiducia nel perdono divino per le proprie mancanze e le proprie debolezze. "La grazia di Dio — scriveva ancora a Vittoria Colonna — non si può comperare", e "tenerla a disagio è un peccato grandissimo". È il frutto del sangue versato dal Figlio sulla croce, che, riconciliandoci col Padre, ci salva; consapevoli di ciò, sentendoci amati sperimentiamo il Paradiso sulla terra. Arrendendosi, il cristiano è accolto e ospitato in un mondo nuovo. Dove, però, non si dorme.

Perché? Per quale ragione, così ossessivamente, Michelangelo sottolinea l'importanza di non restare, ai piedi della croce, con le mani in mano? Se la grazia non si merita, perché fare? Si tratta, evidentemente, del rapporto tra la fede in Cristo risorto e le opere che ne possono o devono conseguire, al centro delle riflessioni teologiche e spirituali del Rinascimento, a cui fa riferimento anche una lettera, poco nota, che fu spedita a Michelangelo, nel 1516, dal domenicano Lorenzo delle Colombe. Il testo dovette risultare, per il destinatario, decisivo, dal momento che la riflessione lì formulata venne riprese in molte sue pagine a venire: "Sai che l'amore non è terminato da luogo o tempo, massime quello di Dio. […] Amiamoci dunque nel Signore, come abbiamo fatto insino adesso, e intenderemo e conosceremo il tutto e la verità. E la vedremo a faccia a faccia, se viviamo bene e cristianamente, attendendo a scolpire in te col mazzuolo delle buone et virtuose opere l'impronta di Cristo crocifisso per noi, la quale si fa in fede e per fede informata di carità santa". 

Vivere cristianamente, cioè nella luce del Risorto, significa scolpire nella nostra vita, per mezzo delle opere, l'impronta di Cristo crocifisso per la nostra salvezza, come è possibile fare solo grazie a una fede che si trasforma in carità. Solo così il sangue versato da Gesù diventa "lavacro di rigenerazione" e linfa di vita nuova, affinché "coloro che credono si sforzino di essere i primi nelle opere buone", come è bello e utile per tutti gli uomini (Tito 3,5-8).

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