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LETTURE/ Sacks, il neurologo geniale con la passione di raccontare storie

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Oliver Sacks (1933-2015) (Foto dal web)  Oliver Sacks (1933-2015) (Foto dal web)

Con ammirevole schiettezza, Sacks gli rispose così: "La mia situazione, grosso modo, è la seguente. Io non ho un Dipartimento. Io non sono in un Dipartimento. Piuttosto, sono un nomade, e sopravvivo — in modo alquanto marginale e precario — lavorando qua e là (…) (pp. 234-235). 

Di solito, pensiamo a Sacks come al neurologo narratore di casi "strani", di persone colpite dalle sindromi più singolari: il pittore diventato cieco ai colori, la donna che perde la propriocezione (cioè la percezione complessiva del corpo, che consente equilibrio e coordinazione) e l'uomo che scambia la moglie per un cappello da cui prende, appunto, il titolo il suo libro più celebre. Eppure, al di là della bizzarria di questi pazienti, in tutti i casi trattati e raccontati, Sacks per prima cosa ascolta veramente il paziente, e, oltre alla perizia tecnica, gli sa dare la percezione della sua vicinanza morale, del fatto che la malattia neurologica, soprattutto se se rara, rarissima, a volte incurabile, non sempre è di ostacolo per vivere un'esistenza comunque piena, ricca di relazioni, umanamente significativa. 

Forse, questa sensibilità derivava a Sacks dall'esperienza, dolorosa, e mai completamente risolvibile, di un fratello schizofrenico; in ogni caso, essa fa di Oliver Sacks il medico che tutti avremmo voluto incontrare almeno una volta nella vita. Ed è anche uno dei pochi medici-narratori: anche questo, probabilmente, gli viene in parte — per retaggio familiare — da un'inclinazione già molto forte nei suoi genitori; ma il suo talento è tale che Sacks può essere paragonato solo ai grandi medici del XIX secolo. Certo meno tecnicizzati di oggi, essi sapevano però descrivere i loro casi e i loro pazienti, la sintomatologia e la malattia con una precisione, una densità e un'eleganza rare. La capacità di rendere ogni circostanza dell'esistenza un'occasione per raccontare e raccontarsi, è il tratto che maggiormente connota e conquista di In movimento, e di tutti i libri di Sacks, in fondo, perché, lui stesso lo ammette, non c'era attività che gli desse più piacere dello scrivere: "L'atto di scrivere, quando funziona, mi dà un piacere e una gioia diversi da qualsiasi altra cosa. (...) Scrivere mi porta in un altrove (...) dove dimentico pensieri distraesti, preoccupazioni, ansie e persino il trascorrere del tempo" (p. 397). 

Del resto, Sacks si sentiva in prima battuta un narratore, e la passione per raccontare e per ascoltare racconti, afferma congedandosi dai suoi lettori per l'ultima volta, è una grossa parte della nostra identità di esseri umani: "Nel bene e nel male, io sono un narratore di storie. Ho il sospetto che un'inclinazione per le storie, per la narrazione, sia una disposizione umana universale, che va di pari passo con le nostre facoltà di linguaggio, con la coscienza di sé e con la memoria autobiografica".

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Oliver Sacks, "In movimento", Adelphi, Milano 2015.



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