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LETTURE/ Jünger, "istruzioni" per sopravvivere al nichilismo

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Ed è questo medesimo cuore a guidare, passo dopo passo, la resistenza umana a impedire che il sistema, con le sue rigidità ideologiche, ingabbi e paralizzi quel che resta di un intimo e nascosto impeto di libertà, come nel romanzo Sulle scogliere di marmo, risalente agli anni del potere nazionalsocialista, dove Jünger prefigura un mondo cristallizzato dal Potere che tutto decide e definisce. Per lui, anche da giovane lettore di Nietzsche, la vita e il mondo non erano e non sono privi di senso, né la morale non esiste o non esistono valori. I valori sono talmente "dentro" da sfuggire a qualunque classificazione. Anzi: il coraggio, l'umanità e i valori sono un'unica e medesima realtà, che si concretizza dapprima nella figura dell'eroe e, poi, si trasfigura in quella dell'operaio, Der Arbeiter

Perché, allora, il nichilismo? Perché esso è la tentazione estrema della civiltà. Non è solo il comunismo, per riprendere un detto di Armin Mohler — celebre, e ingrato discepolo di Jünger —, a essere un sistema politico per popoli sottosviluppati. Lo sono tutte le ideologie. Il nichilismo, no. Il nichilismo è il lusso delle società ipersviluppate e, più precisamente, delle loro élites, lasciando alla massa il proprio essere null'altro che materiale informe di manovra. Si trova un nichilismo in nuce in ogni società avviata verso il declino, non solo nella nostra epoca. Ma, in quest'ultima, il nichilismo e il declino coincidono tragicamente. A Jünger, peraltro, il declino della civiltà interessava infinitamente meno del destino del singolo uomo. È un tratto, in qualche modo biblico, che accompagna tutta la sua produzione letteraria. E questo uomo — eroe, operaio, anarca, ribelle — è ultimamente solo davanti a questo suo destino.

Rileggere certe pagine di Jünger, anche al di fuori un certo filologismo esasperato, quasi scolastico, può essere utile a comprendere come resistere in questa «via che non dà garanzie di sicurezza né dall'interno né dall'esterno», quale è la nostra, di cui discute con Martin Heidegger nel suo Oltre la linea (edizione italiana: Adelphi, Milano 1989). La linea è quella di un nichilismo divenuto ormai condizione normale. Abbiamo da tempo attraversato questa linea e la libertà umana, come un atomo impazzito, vaga in uno spazio che pretende vuoto. «I tiranni odierni non hanno nessuna paura di coloro che parlano (…). È molto più temibile il silenzio – il silenzio di milioni e anche il silenzio dei morti, che diventa di giorno in giorno più profondo e che il rullo dei tamburi non può coprire fino a evocare, un giorno, il Giudizio. Nella misura in cui il nichilismo diventa normale, i simboli del vuoto diventano più temibili di quelli del potere. Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell'indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili, ma che non appartengono all'organizzazione. Vogliamo chiamarli la "terra selvaggia" (die Wildniss); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l'uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere». 



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