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LETTURE/ Jünger, "istruzioni" per sopravvivere al nichilismo

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In un'opera successiva, Il Trattato del ribelle, questo spazio selvaggio sarebbe divenuto il Waldgang, il fuggire nel bosco, l'atto con cui il ribelle si separa dai condizionamenti del potere, in un "bosco" che è esplicitamente identificato con il quotidiano, nella sua grigia e lacerante normalità.

È impressionante come Jünger, che allora (1980) era ancora lontano dall'adesione esplicita a una fede religiosa ed era passato dalla figura del "lavoratore" a quella dell'"anarca" o del "ribelle" conservatore, colga quel che stava e sta succedendo «al di qua» della linea, dove trionfa l'ambito conflittuale del nichilismo: «Bisogna comunque ringraziare solo la chiesa, oltre ad alcuni soldati, se non si è giunti, accompagnati dal tripudio delle masse, all'aperto cannibalismo e alla fanatica zoolatria». E ancora: «L'ulteriore regresso delle chiese avrebbe come conseguenza o il totale abbandono delle masse in balia del collettivo tecnico e del suo sfruttamento, o di spingerle tra le braccia di quei settari e ciarlatani che ogni fanno cagnara a ogni incrocio. A questo portano un secolo di progresso e due secoli di Illuminismo». E, ancor più amaramente: «Bisogna constatare che la teologia non si trova affatto in uno stadio che le permetta di competere con il nichilismo. Essa si scontra piuttosto con le retroguardie dell'Illuminismo», erge, cioè, il dialogo come proprio scopo, ma dialoga a ritroso, irrimediabilmente in ritardo «e impigliata essa stessa nelle pastoie del discorso nichilistico».

«É cominciato il tempo degli Stati mostro (…). L'epoca delle ideologie, quali erano ancora possibili dopo il 1918, è tramontata (…). La mobilitazione totale è giunta a uno stadio la cui minaccia oltrepassa quelle del passato». È così che Jünger scopre che l'anelito della libertà, l'eros «che vive anche dell'amicizia», il confronto generatore di verità con la morte e con il dolore (uno dei figli di Jünger fu mandato a morte certa dai nazisti nel 1945, nemmeno ventenne; l'altro, medico affermato, morì suicida per depressione) divengono dei «giardini dove il Leviatano non ha accesso». E dove può anche accadere il miracolo.

E così, arrivato alla sua ultima trincea, il fante d'assalto Ernst Jünger è riuscito un'ultima volta a sorprendere tutti con la sua conversione, non solo sub limine mortis, alla fede cattolica, che, ancor ora, imbarazza profondamente chi di Jünger vorrebbe fare un eroe neopagano, solitario e sprezzante. Certo, Jünger è stato anche questo, e per la parte più lunga della sua vita. Dunque è lecito considerare queste tappe per quel che sono state. Ma perché non cogliere questo suo grido estremo, il più coraggioso e sconcertante, di quest'altra sua opera «lunga un secolo», che è la sua stessa vita?



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